Piccoli Zonin crescono

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Come è noto, negli ultimi anni alcune importanti banche italiane sono andate in “risoluzione”, ossia sono state liquidate: dalla Cassa di Risparmio di Ferrara a Banca Etruria, dalla Popolare di Vicenza a Veneto Banca (un po’ diverso il caso di Mps, che qui lasciamo a parte). Con un sistema bancario ormai totalmente privato, senza che nessuna istituzione pubblica lo supporti, tali fallimenti diventano inevitabili e la cosa, anche se può essere molto discutibile sul piano politico, è sul piano dei meccanismo economici del tutto naturale. Meno naturale è che a rimetterci, in questi crack, siano anche semplici risparmiatori che avevano acquisito azioni e obbligazioni subordinate che oggi valgono carta straccia.

Infatti è stato ormai provato che la stragrande maggioranza di costoro avevano acquisito azioni e obbligazioni senza essere stati sufficientemente informati allo sportello dai rischi che correvano. Ma soprattutto che diversi di loro sono stati di fatto forzati, se non costretti, ad acquistare obbligazioni e azioni come condizione per l’ottenimento di un finanziamento, come nel caso dei mutui. Questa pratica odiosa (in gergo “azioni baciate”) ha visto come capofila la Banca Popolare di Vicenza di Gianni Zonin.

Ho conosciuto Zonin anni fa, a Milano, quando mi invitò a nome della testata per cui lavoravo a una chiacchierata informale a pranzo. All’epoca si occupava soprattutto della sua famosa azienda vinicola e di quello parlammo, non certo di banche. Era allora un imprenditore di successo, protagonista di una bella storia dell’Italia del Nordest all’epoca in pieno boom, un signore cortese e misurato, con uno spiccato accento veneto. Oggi il suo nome è invece legato alla truffa della Popolare di Vicenza, come potete leggere è sotto processo ,si dà la caccia ai suoi beni (opportunamente intestati ad altri tempo fa onde evitare sequestri) mentre lui recita la parte dell’anziano smemorato davanti alle telecamere e alla (inutile e ormai già archiviata) Commissione Parlamentare d’inchiesta guidata da Pierferdinando Casini. Basta vedere questo video dello scorso dicembre per capire la linea difensiva di Zonin: non so, non c’ero, non ricordo.

 

 

Nonostante le reticenze, la verità però è emersa chiaramente: la Popolare di Vicenza di Zonin ha fatto massiccio ricorso alle cosiddette “azioni baciate”. Ha cioè vincolato la concessione di finanziamenti ai risparmiatori alla sottoscrizione di azioni della banca stessa, onde nascondere agli organi di vigilanza (che hanno dormito a loro volta) la vera situazione patrimoniale della banca stessa. Si tratta di una marea di soldi, quasi un miliardo di euro, intascato in cambio di azioni sopravvalutate e destinate a diventare carta straccia e non messi a bilancio nel passivo dello stato patrimoniale. Situazioni simili sono state riscontrate anche in Veneto Banca ma, e questo è il punto preoccupante, dopo il caso Zonin davvero le cose sono cambiate?

Diciamo subito che a condannare questa pratica non sono solo le inchieste, i processo, lo scandalo seguiti alla vicenda delle banche Venete ma anche la giurisprudenza. Già nel 2006 la Corte di Cassazione aveva affermato la legittimazione a far valere la nullità delle operazioni di acquisto azioni legate a finanziamenti. E il concetto è stato ribadito con ancora più chiarezza nel 2016, a seguito del caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca, dall’Autorità Garante per la Concorrenza, che così si è espressa: “La Banca subordinando l’erogazione dei mutui richiesti dai consumatori alla sottoscrizione da parte dei medesimi di propri titoli ha esercitato un indebito condizionamento nei loro confronti con l’acquisto titoli peraltro difficilmente negoziabili e liquidabili e che nel corso del finanziamento non potevano essere disinvestiti. Si deve poi considerare la situazione di forte asimmetria tra la posizione della Banca concedente il finanziamento e quella potenzialmente debole e vulnerabile del cliente/consumatore, dovuta alle proprie condizioni economiche”.

Le cose sono chiarissime eppure… Eppure tutto lascia pensare che le tante banche (per fortuna non tutte) continuino a ricorrere a questa pratica. Basta fare un giro sul web nei siti che si occupano di finanza o nei siti delle associazioni dei consumatori per rendersene conto. Io non amo parlare spesso di me ma stavolta è utile. Qualche settimana fa, infatti, ho pensato di richiedere un modesto finanziamento a nome di una immobiliare di cui sono socio. Dopo aver presentato tutte le garanzie richieste, indovinate che cosa ci è stato chiesto? Ma proprio quello: l’acquisto di azioni della banca, un istituto di credito cooperativo tra l’altro in processo di fusione. Azioni che, come si può immaginare, non sono quotate, sono difficilmente vendibili e liquidabili.

Ovviamente ho risposto picche e mi sono rivolto a un’altra banca che ha concesso il finanziamento con trasparenza e correttezza. Lo so, questi signori meriterebbero una bella denuncia ma senza prove scritte (le proposte indecenti si fanno sempre a voce e off the record) diventa difficile. Ma l’episodio, diciamo la verità, fa rabbia. C’è chi può rivolgersi ad altre banche e risolvere il problema ma possibile che, chi ha meno opzioni e meno garanzie da prestare, debba essere ostaggio di comportamenti farabutteschi? Quanti scandali ci vogliono prima che i gruppi finanziari non abusino della loro posizione? Capite perché, quando si dice di “colpire i manager e gli azionisti responsabili” si fa un discorso legittimo e non giustizialismo da quattro soldi?

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