Referendum: il sì di pancia

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Per quali ragioni, secondo i sostenitori del sì, gli italiani dovrebbero dare via libera tramite referendum alle modifiche costituzionali approvate negli scorsi mesi? Qui occorre fare una distinzione tra le ragioni, per così dire, tecniche ed ufficiali che vengono addotte dai comitati per il si (www.bastaunsi.it) e quelle che invece espongono le persone “comuni” convinte che occorra votare a favore.  Delle prime ci occuperemo in un prossimo articolo. Vediamo invece di esaminare ora che cosa pensa l’uomo della strada che crede alla bontà della riforma renziana.

Di solito il comune cittadino che intende votare sì porta le seguenti argomentazioni (fate due chiacchiere con i vostri amici o leggete i commenti sui social e vi accorgerete che è proprio così):

  • La riforma non è perfetta ma è un passo per cambiare le cose. Non si può sempre solo discutere ma bisogna fare;
  • La Costituzione è vecchia ed è ora di modificarla laddove non è più al passo con i tempi. Si parla di riforme da decenni ma non si fanno mai;
  • E’ ora di cominciare a tagliare i costi e i privilegi della politica e questa riforma, diminuendo il numero dei senatori, va in questa direzione;
  • Per migliorare le cose, bisogna che le leggi siano fatte con celerità. Il governo non può essere ostaggio dei rimpalli tra Camera e Senato, il bicameralismo è anacronistico e frena le decisioni di cui il Paese ha bisogno come il pane per uscire dalla crisi.

Non c’è dubbio: si tratta di ragioni semplici e convincenti e non a caso la propaganda per il sì ha puntato molto su di esse, favorita dall’atteggiamento della Rai che – come potete leggere qui e come confermano i dati dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) – ha dato molto più spazio ai sostenitori della legge Renzi-Boschi rispetto ai sostenitori del no: un’altra brutta pagina per la televisione pubblica che, in quanto tale, su tematiche del genere dovrebbe essere assolutamente imparziale e invece si conferma allineata ai desiderata governativi.

Il ministro per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi.

Si tratta però di ragioni fondate? Vediamo.

Sul primo punto, basta un minimo di logica e di buon senso per capire che il cambiamento in sé non è un valore. Il cambiamento è valido solo se migliora le cose. Se le peggiora, invece, è meglio stare fermi, soprattutto quando si vanno a toccare equilibri delicati come quelli di un’architettura costituzionale.

Sul secondo punto, bisognerebbe partire dai dati e dai fatti, esercizio che ben pochi svolgono. Non è affatto vero che la nostra Costituzione, emanata nel 1948, sia stata mantenuta tale e quale per 68 anni, come un feticcio intoccabile ormai desueto e mummificato. Fino al 1999 sono state approvate ben 25 leggi costituzionali e su temi non certo secondari, quali: le modalità di elezione di Camera e Senato e la durata della legislatura (Legge 9 febbraio 1963, n. 2); il numero delle Regioni (Legge 27 dicembre 1963, n. 3); la composizione della Corte (Legge 22 novembre 1967, n. 2); la responsabilità penale dei ministri (Legge 16 gennaio 1989, n. 1), soltanto per fare alcuni esempi. E c’è di più. A partire dal 2000, sono stati elaborati progetti di modifiche organiche all’intera Costituzione. La prima (Legge 18 ottobre 2001, n. 3 che ha modificato le disposizioni del Titolo V della Costituzione, concernente l’organizzazione costituzionale delle Regioni, Province e Comuni), è stata approvata mentre la seconda proposta, portata avanti dal governo Berlusconi, è stata bocciata dal referendum del 25 e 26 giugno 2006. Quindi non è affatto vero che la Costituzione non sia stata aggiornata nel corso della storia repubblicana e non è nemmeno vero che sia stata modificata soltanto su punti molto specifici: è stata al contrario oggetto di continue revisioni su capitoli importanti ed è stata persino oggetto di riforme complessive.

La cosa che lascia più stupefatti è che la forza politica che ha portato avanti la riforma attuale, il Pd, è la stessa che lottò con tutte le sue forze per votare no alla riforma berlusconiana del 2005, la quale già prevedeva sia la fine del bicameralismo perfetto sia la riduzione dei parlamentari, cioè due dei punti principali oggi sostenuti! E, si noti, all’epoca il centro-sinistra non contestò solo una parte della riforma del governo Berlusconi, ma la bocciò interamente e in particolare denunciò come rischiosa quella stessa fine del bicameralismo perfetto che ora propone. Ancora nel 2012, Pierluigi Bersani, che oggi borbotta ma ha votato sì in Parlamento e voterà sì al referendum, così twittava: “Tutte le riforme devono avvenire sulla base della nostra Costituzione, la più bella del mondo”. Come cambiano le cose.

E veniamo al terzo punto, che tanto viene citato dai sostenitori del sì: il risparmio sui costi della politica. Di quale cifra stiamo parlando? Quanto si risparmia diminuendo il numero dei senatori?

Renzi all’inizio parte in quarta e sostiene, nel 2014, che la riforma, unità alla soppressione delle province, avrebbe fatto risparmiare allo Stato addirittura un miliardo di euro all’anno.  Poi il Bomba si rende conto di avere esagerato ed ecco che negli ultimi mesi la cifra diventa di 500 milioni all’anno. Così Renzi dichiara alla Festa dell’Unità a Bosco Albergati: “Questo referendum costituzionale, se passa, elimina costi e posti per la politica per più di 500 milioni di euro l’anno. Pensate a come sarà bello poter prendere quei 500 milioni e metterli sul fondo della povertà.” Il ministro per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi, conferma la cifra, che, a suo dire, gli è stata comunicata dalla Ragioneria Generale dello Stato.

Si tratta di bugie propagandistiche, anche piuttosto sfacciate. Infatti la Ragioneria Generale dello Stato (chi vuole leggere il documento integrale e tecnico lo trova qui) indica sì, a seguito della riforma, un risparmio ma dieci volte minore di quello sbandierato dal governo: 57,7 milioni di euro annui in tutto, e senza alcune spese che dovranno poi essere conteggiate! Parliamo di un valore che è dal punto di vista del bilancio dello Stato assolutamente risibile. Ora, è vero che esiste anche il fatto simbolico: comunque sia, la politica decide di risparmiare qualche briciola. Ma ha senso motivare il proprio sì a una riforma delicata come quella della Costituzione e del bicameralismo appellandosi al risparmio di un piatto di lenticchie? No, non ha senso. Quello del risparmio è al massimo un argomento in più, e del tutto secondario, da aggiungere ad argomenti a favore della riforma ben più solidi, ammesso che esistano.

Ed eccoci al quarto e ultimo punto: la riforma – dicono i sostenitori – serve a fare leggi con più celerità. Una simile frase presuppone che in Italia si facciano poche leggi e che tali leggi siano discusse per troppo tempo. Si tratta di un presupposto sbagliato. Da anni si parla infatti del problema contrario: in Italia ci sono e si fanno semmai troppe leggi. Così tante che è difficile contarle (incredibile ma vero, come spiega qui uno specialista). Diversi studi sostengono comunque che, tra leggi e regolamenti, in Italia abbiamo numeri anche 20 volte superiori a quelli dei principali Paesi europei. Ma limitiamoci alla sola produzione legislativa nazionale, lasciando stare gli enti locali. Ebbene, guardate questo grafico:

Tranne che negli ultimi anni il Parlamento, escludendo i decreti legge (che sono sempre di più), ha prodotto molte più leggi dei Parlamenti francese e inglese. Sono numeri confermati anche dal professor Gianfranco Pasquino, che non è certo un pericoloso sovversivo: in Italia si fanno più leggi che altrove (solo la Germania legifera come noi) e la durata media per l’approvazione è di otto mesi, quando all’estero mediamente ne occorrono dodici! Insomma, la narrazione renziana del Parlamento lento e inefficiente è smentita dai dati. Semmai il problema della produzione legislativa del nostro Parlamento è un altro: l’eccessivo ricorso ai decreti-legge e al voto di fiducia, che è in costante aumento, come si può vedere in questo grafico (che si ferma al 2015. Se conteggiassimo anche il 2016, i dati sarebbero ancora maggiori):

 

 

Insomma, al contrario di quanto sostiene la riforma Renzi-Boschi, il nostro sistema produce leggi in numero fin eccessivo e con tempi relativamente rapidi. Il Parlamento non è troppo interpellato: lo è troppo poco, spesso scavalcato dai decreti-legge e dal ricatto del voto di fiducia. Occorrebbe piuttosto fare meno leggi, razionalizzando quelle esistenti, e discutere le nuove più approfonditamente nelle Commissioni e in Parlamento, coinvolgendo deputati e senatori che sono, ricordiamolo sempre, i rappresentanti del popolo. Occorrerebbe più e non meno democrazia: rapidità e mani libere non sono sempre sinonimo di efficienza e soprattutto, senza gli adeguati contrappesi, non fanno l’interesse generale ma solo di coloro che, in quel momento, detengono le leve del potere esecutivo.

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