Referendum: il (presunto) sì di testa

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Abbiamo visto qui quali sono le ragioni più semplici e più comprensibili che vengono usate dai sostenitori del sì per convincere i comuni cittadini. A questi argomenti, tanto immediati quanto inconsistenti, i comitati per il sì affiancano anche motivi più tecnici, che dovrebbero convincere i più preparati e gli addetti ai lavori. “Dovrebbero”, scrivo, e vedrete che il condizionale è più che d’obbligo.

Esaminiamo ora tali ragioni “tecniche”, estrapolandole da questa pagina del sito ufficiale dei comitati per il sì. Ora, sui punti “Avere leggi in tempi più rapidi” e “Ridurre i costi della politica” abbiamo già detto nel nostro precedente articolo quanto basta: sono motivazioni che non stanno in piedi. Guardiamo ora i punti più tecnicamente complessi.

I sostenitori del sì scrivono anzitutto che questa riforma supera il bicameralismo perfetto (stesse funzioni per le due Camere), che in Europa avrebbe solo l’Italia, e mette ordine tra le competenze della Camera, quelle del Senato e quelle del rapporto Stato-Regioni.

Diciamo subito che si parte con una bugia. Il bicameralismo perfetto infatti esiste in Europa e non parliamo del Parlamento lettone o di quello albanese ma nientemeno che di quello francese. Non solo: il sistema di bicameralismo perfetto regge la più potente democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Sarebbe stato corretto scrivere: “In Europa soltanto la Francia utilizza il bicameralismo perfetto” ma i comitati per il sì hanno scelto la strada della propaganda. Ne prendiamo atto.

Quanto al fatto che, come dicono i comitati per il sì, la riforma chiarirà e semplificherà il rapporto tra le Camere e fra Stato e Regioni e che “con l’eliminazione delle cosiddette “competenze concorrenti”, ogni livello di governo avrà le proprie funzioni legislative”, vi invito a leggere, se riuscite ad arrivare in fondo, l’articolo 70 (cui andrebbe accompagnata la lettura dell’articolo 117) nella formulazione renziana:

“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma.

Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati”.

La madrina costituente dibatte con Matteo “Ruspa” Salvini.

Vi ci siete raccapezzati? E anche se siete riusciti a comprendere bene le informazioni, vi pare corretto che un articolo della legge fondamentale dello Stato, che dovrebbe essere comprensibile a tutti i cittadini, in quanto base del patto sociale, sia redatto in forma iperspecialistica?

Ma ammettiamo, senza concederlo, che il fattore della comprensibilità del testo sia secondario o irrilevante a fronte della sua efficacia pratica. Davvero questa suddivisione delle funzioni è intelligente e migliorerà l’iter legislativo? Davvero, come dicono i comitati per il sì, “la riforma chiarirà e semplificherà il rapporto tra Stato e Regioni: con l’eliminazione delle cosiddette “competenze concorrenti”, ogni livello di governo avrà le proprie funzioni legislative”? No, non è così. Al contrario una analisi puntuale della nuova normativa (l’articolo 70, dedicato al bicameralismo, assieme in particolare all’articolo 117 dedicato al rapporto Stato-Regioni) ci porta a dire che rischia di peggiorare quella vigente, innescando nuovi conflitti di competenza e non diminuendo affatto i tempi di approvazione delle leggi che possano riguardare anche il Senato.

Come osserva il blogger Stefano Alì, il bicameralismo perfetto continuerà a valere per un gran numero di materie; in altri casi il Senato potrà richiedere l’esame in aula tramite firma di un terzo dei suoi componenti; in altri casi ancora (se la legge riguarda le autonomie territoriali e il Governo fa scattare la “clausola di supremazia” ma anche, seppur con modalità leggermente diverse, niente meno che per la Finanziaria!) il Senato può comunque chiedere l’esame e la modifica della legge, prolungando l’iter di almeno 30 giorni. Insomma, il bicameralismo diventa sì da perfetto a imperfetto ma con il rischio che su diverse materie i tempi non si accorcino affatto e che i conflitti di competenza si ripresentino come e più di prima. Gli estensori lo sanno e infatti hanno redatto alla bisogna il comma 6, dove si dice che “I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.” E se, essendo in due, i Presidenti non trovano l’accordo, che si fa? I redattori non ce lo dicono e probabilmente non lo sanno neppure loro.

Insomma, il nuovo riparto delle funzioni è assai confuso, come hanno rilevato eminenti costituzionalisti, e nel complesso difficilmente diminuirà i conflitti di competenza o renderà più rapido il Parlamento. Obiettivo, quest’ultimo, di cui tra l’altro non c’è alcun bisogno visto che, come ho già spiegato qui, di leggi il nostro Parlamento ne produce anche troppe e in tempi più rapidi che gli altri Parlamenti europei.

Rimane un ultimo punto su cui la campagna per il sì insiste, ed è quello secondo cui “la democrazia italiana diverrà autenticamente partecipativa: il Parlamento avrà l’obbligo di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare proposti da 150mila elettori; saranno introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo; si abbassa il quorum per la validità dei referendum abrogativi (se richiesti da ottocentomila elettori, non sarà più necessario il voto del 50 per cento degli aventi diritto, ma sarà sufficiente la metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche)”.

Anche queste motivazioni sono, dicendola con eleganza, discutibili. Per queste ragioni:

a) il quorum dei referendum abrogativi si abbassa, è questo è vero. In compenso però si alza il numero di firme necessarie per richiederlo: da 500mila a 800mila. E se pensiamo che quello delle 500mila firme è spesso lo scoglio più pesante, possiamo immaginare quanti referendum non si celebreranno per mancanza di firme;

b) non è affatto vero che “il Parlamento avrà l’obbligo di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare proposti da 150mila elettori”. Serviranno apposite norme da inserire nei regolamenti parlamentari a stabilire tempi, forme e limiti (art. 71 comma 3), che è esattamente quanto avviene ora, quindi non cambia un bel nulla. Anzi una cosa cambia, ma in peggio: oggi bastano 50mila firme per presentare una proposta di legge, con la riforma ce ne vorranno il triplo;

c) non è vero neppure che saranno introdotti i referendum propositivi e di indirizzo. Occorrerà una apposita legge costituzionale e una legge ordinaria per le modalità di attuazione, esattamente come avviene oggi.

Insomma, anche su questo punto propaganda e solo propaganda.

Matteo Renzi e i suoi non brillano per cultura politica, giuridica ed economica, non si possono paragonare neppure per scherzo a Benedetto Croce, Pietro Calamandrei e ai Padri Costituenti. Ma non sono neppure degli stupidi. Sono politici astuti, determinati, capaci di creare consenso, assistiti da fior di spin doctor alla Jim Messina e da  un sistema mediatico che li appoggia in modo evidente. Perciò è da escludere che non sappiano, in cuor loro, che la questa riforma è pessima. Basta del resto una intelligenza media e un minimo di senso critico per capirlo e se non fossero influenzati dalla propaganda imperante o dal tifo politico quasi tutti gli italiani se ne sarebbero già accorti.

Come abbiamo visto, questa riforma non taglia i costi della politica, non velocizza se non per alcune materie l’iter delle leggi (che peraltro in Italia vengono sfornate più velocemente e in numero più numeroso che all’estero), non migliora ma rischia di aggravare i conflitti di competenza, rende più difficoltoso l’esercizio della democrazia diretta via referendum e in più toglie all’elettore la facoltà fondamentale di eleggere i senatori, che in parte saranno scelti tra gli amministratori locali (e finiranno perciò per svolgere part-time ciascuna delle due funzioni)  e in parte saranno nominati. Insomma, un bel danno a fronte di qualche discutibilissimo e minimo vantaggio.

Ma se questa riforma è inutile o dannosa, e Matteo Renzi e i suoi lo sanno, perché mai il governo vuole a tutti i costi realizzarla, rischiando di essere “sfiduciato” dagli italiani il prossimo 4 dicembre?

Le ragioni non possono essere quelle esposte dai comitati per il sì e ripetute in televisioni e sui giornali, perché, come abbiamo visto, sono deboli e discutibili. Quindi, le vere ragioni per cui Matteo Renzi vuole questa riforma devono essere altre, che i sostenitori del sì (quelli consapevoli. Ce ne sono tanti inconsapevoli e in buona fede) si guardano bene dall’elencare. Quali sono queste ragioni? Ce n’è più di una e le spiegherò in un prossimo articolo. Per ora trascrivo questo passaggio dal sito dei comitati per il sì. Osservate la parte in neretto. Vi aiuta a darvi una prima risposta?

“Il Senato diverrà finalmente il luogo della rappresentanza delle regioni e dei comuni, che potranno così intervenire direttamente nel procedimento legislativo attraverso i sindaci e i consiglieri che ne faranno parte. (…). In più, il nuovo Senato dei sindaci e dei consiglieri sarà investito di una funzione molto importante: parteciperà alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea e ne verificherà l’impatto sui territori. E’ un compito decisivo, che consentirà all’Italia di rispettare “i patti”, di non commettere infrazioni e di evitare multe salate.

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