Referendum: i veri obiettivi della riforma

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Come abbiamo spiegato in questo articolo e in quello successivo, la riforma costituzionale Renzi-Boschi non soddisfa nessuno degli obiettivi che la propaganda del sì evidenzia per promuoverla: riduce i costi della politica in modo risibile e in cambio toglie al popolo la possibilità di eleggere i senatori; non elimina e neppure snellisce il bicameralismo perfetto; non facilita ma anzi rende più difficile il ricorso ai referendum. Rimane l’abolizione del Cnel. Quella sì, c’è davvero, ma si tratta di una misura assolutamente secondaria sul piano economico, considerando che il costo di quest’organo è di 19 milioni l’anno (un’inezia a fronte del bilancio dello Stato), di cui una buona metà tra l’altro continueremo a pagarla, visto che il personale sarà ricollocato nella pubblica amministrazione.

La conduttrice televisiva Ilaria D’Amico è una delle testimonial della campagna per il sì.

Ma se la riforma non centra nessuno degli obiettivi che sbandiera, se non in modo incidentale o insufficiente, perché mai Matteo Renzi la vuole realizzare a tutti i costi? Che cosa lo ha indotto ad innescare una campagna referendaria lunga e senza esclusione di colpi, che sta concorrendo a spaccare ancora di più un Paese già abbastanza diviso e che potrebbe alla fine riservare pessime sorprese per il suo governo, se è vero che i sondaggi danno favorito il “no”? E’ chiaro che Renzi non sta mettendo a rischio la sua permanenza a Palazzo Chigi e la sua stessa carriera politica per risparmiare due lire dall’abolizione del Cnel o dalla diminuzione del numero dei senatori. Ed è anche chiaro che la poderosa macchina propagandistica che ha messo in piedi, a partire dall’occupazione quasi militare della Rai, di cui mesi fa ha cambiato tutti i vertici, non si giustifica certamente con l’intenzione di rendere il processo legislativo più spedito, visto che quello italiano già oggi è uno dei Parlamenti che fanno più leggi e con più rapidità. Queste sono favolette e dispiace vedere come tante persone ingenuamente abbocchino. In realtà la riforma Boschi-Renzi introduce alcune novità, poco evidenziate dalla propaganda per il sì, ma che indicano i veri obbiettivi di chi la propone.

Il primo obiettivo è quello di limitare la sovranità popolare a favore delle nomine partitiche. Il Senato viene infatti sottratto al voto del popolo e a poco serve dire che sindaci e consiglieri regionali che poi saranno nominati senatori continueremo a sceglierli noi. Noi li sceglieremo per fare i sindaci e i consiglieri regionali, non per fare i parlamentari nazionali. E comunque spetterà alla classe politica, quindi alle segreterie di partito, decidere quali tra i sindaci e i consiglieri regionali saranno degni di sedere in Senato. Gli elettori semplicemente non avranno alcuna voce in capitolo nel decidere come debba essere composto il Senato e questo non in conseguenza di una legge elettorale magari sbagliata perché incostituzionale (come il Porcellum che funziona a liste bloccate), ma addirittura in virtù di una norma costituzionale. Ci terremo un Senato di nominati che potrà tornare elettivo soltanto a seguito di una ulteriore revisione costituzionale.

Il secondo obiettivo della riforma è lo sbilanciamento a favore del potere esecutivo, un vecchio sogno di tutte le destre decisioniste se non autoritarie, da Gelli a Berlusconi, che oggi viene abbracciato proprio da chi (giustamente) in passato lo respingeva. L’Italia, con il combinato disposto di questa riforma costituzionale e dell’Italicum (se verrà bocciato dalla Consulta, certamente il governo cercherà di escogitare un sistema elettorale che produca effetti simili) smette di fatto di essere una Repubblica parlamentare per diventare un premierato surrettizio e con scarsi contrappesi. Governabilità massima ma anche addio ai checks and balances che sono il sale di tutte i sistemi democratici. In particolare:

  • Oggi i governi hanno bisogno della fiducia delle due Camere, ora basterà l’ok dei deputati.
  • Oggi per eleggere il Presidente della Repubblica occorrono  una maggioranza qualificata per i primi tre scrutini e una maggioranza assoluta per i successivi a Camere riunite, una regola introdotta proprio per evitare che la carica sia ostaggio della maggioranza politica. Con la riforma invece, alla maggioranza basterà controllare la Camera e un pugno di senatori per scegliersi dal settimo scrutinio in poi il Presidente della Repubblica che più le aggrada, dal momento che il Senato diventa numericamente molto meno influente.
  • Non ci addentriamo qui nei dettagli, ma si noti che con la riforma Renzi-Boschi di fatto anche la Corte Costituzionale sarà assai meno una creatura del Parlamento e assai più un’emanazione del governo.

Chi vince le elezioni, insomma, in un colpo solo si prende governo, Capo dello Stato e la maggioranza della Consulta.

L’esecutivo diviene preponderante anche nelle materie che finora sono spettate anche agli enti locali, in particolare alle Regioni, grazie alla cosiddetta “clausola di supremazia”. L’articolo 117 comma 4 infatti recita: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.” Inutile dire che la norma consentirebbe ai governi di scavalcare, in nome di un non ben definito “interesse nazionale” (che spesso è sinonimo di “interesse privato”) i poteri delle Regioni. La clausola di supremazia, che in questo articolo trovate contestata in punta di diritto, è un altro tassello di questa riforma che mira a favorire gli interessi economico-finanziari del privato scavalcando i limiti e i diritti della comunità.

Il terzo obiettivo della Riforma è quello di blindare le direttive provenienti dalla Unione Europea. Mentre finge di ribellarsi all’austerità imposta da Bruxelles, Matteo Renzi propone una riforma che cita esplicitamente in Costituzione – in diversi articoli – l’Unione Europea (prima si leggeva semplicemente “ordinamento comunitario”; e in un solo articolo). Intendiamoci, già oggi di fatto le politiche economico-sociali non sono decise a Roma ma a Francoforte e Bruxelles. Ma con la nuova formulazione la subalternità si fa più evidente e l’obbligo di aderire alle direttive della Ue diventa apertamente costituzionale. Non soltanto: la riforma prevede che l’attuazione delle delibere comunitarie spetti esclusivamente al Senato dei nominati, pertanto gli elettori non avranno alcuna possibilità di dire la loro su tutto quanto arriva dalla Juncker e compagni. Alla faccia dell’Europa dei popoli, il popolo viene escluso persino dalla possibilità di scegliere i rappresentanti che possano discutere delle direttive comunitarie.

In conclusione, il vero significato della riforma oggetto del referendum sta in un rafforzamento senza adeguati contrappesi del potere esecutivo, introducendo un premierato surrettizio che potrà legiferare senza intralci dovendo rispondere molto di più all’Unione Europea, cioè ai mercati e alla Troika, e molto meno al popolo e ai suoi rappresentanti (Parlamento ed enti locali). E infatti, come i sostenitori del “no” hanno cercato di spiegare in numerose occasioni, sono proprio i grandi investitori internazionali, desiderosi di mettere le mani su tutto quanto ancora in Italia non è stato svenduto o privatizzato, a richiedere la riforma.

Ricordiamo che la limitazione dei poteri degli enti locali, che qui viene attuata con la “clausola di supremazia” è presente nella lettera della Bce al governo Berlusconi del 2011, mentre è la banca d’affari Goldman Sachs, una dei massimi responsabili della gigantesca crisi del 2007-08, che già nel 2013 se la prende con le Costituzioni a suo dire “troppo sociali” dei Paesi del Sud Europa (come se fossero state queste, e non le speculazioni di una finanza totalmente deregolamentata, ad aver fatto evaporare i risparmi di decine di migliaia di risparmiatori).

D’altro lato, per capire a chi giova questa riforma, basta vedere chi sono i suoi grandi sponsor: Confindustria (che, come è noto, rappresenta i grandi gruppi finanziari e le grandi imprese delocalizzatrici e non certamente il mondo delle Pmi), la grande stampa finanziaria, anche internazionale, le grandi banche d’affari, i grandi manager alla Sergio Marchionne e così via.

Naturalmente il semplice elettore può pensare che Mercati & Investitori meritino assoluta fiducia in quanto sarebbero loro che creano sviluppo e lavoro e sarebbero loro che sanno “come si deve governare e decidere” in modo efficiente. In fondo televisione e stampa hanno in questi decenni martellato l’opinione pubblica presentando l'”opinione dei mercati” come l’unica degna di nota. Eppure l’intera storia del capitalismo, con le sue crisi, le sue depressioni e i suoi cicli, le sue bolle finanziarie dovrebbe avere insegnato che i mercati normalmente non pensano al benessere generale ma soltanto al profitto dei grandi detentori di capitale, costi quel che costi a livello sociale. E che la politica, il diritto e le Costituzioni hanno soprattutto il ruolo di contenere gli interessi privati dei più potenti in nome dei diritti della comunità, che si tutela attraverso i propri istituti rappresentativi (Parlamento, organismi costituzionali, enti locali).

La riforma Renzi-Boschi (votata, ricordiamolo, da un Parlamento eletto attraverso una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e che quindi avrebbe dovuto occuparsi soltanto dell’ordinaria amministrazione) non smantella tali diritti ma li indebolisce fortemente rendendo sempre più marginale la sovranità del popolo che la Costituzione pone come fondamento del nostro Paese già all’articolo Uno. La prima parte della nostra Carta fondamentale, quella che parla dei principi, non viene quindi formalmente toccata, ma risulta in buona parte svuotata dalle modifiche proposte alla seconda parte. Non mi sembra un pericolo da poco.

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