Mps, un salvataggio che non salverà nulla

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Per raccontare gli ultimi 20 anni della banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena, ci vorrebbero non un libro ma diversi tomi, costituiti in buona parte da atti giudiziari. Dopo oltre cinque secoli di gloriosa esistenza, e vent’anni di disastri colposi e dolosi, con relativi processi in svolgimento, la banca senese fondata nel 1472 rischia entro fine anno di andare gambe all’aria. Non avverrà, perché, se l’ultimo, disperato tentativo di trovare sul mercato i 5 miliardi necessari per la ricapitalizzazione, sfumerà, come è praticamente sicuro, il governo Gentiloni ha già pronto il decreto per metterla in salvo.

I dettagli dell’intervento pubblico non si conoscono ancora (il bubbone evidentemente viene lasciato crescere fino all’ultimo secondo, lasciando nell’oscurità mercati e risparmiatori) ma sappiamo che sarà quasi certamente effettuato chiedendo al MES, il fondo europeo salva-stati, che poi di fatto è un fondo salva-banche, una quindicina di miliardi in prestito. Il bail-in in questo modo sarà probabilmente limitato ad azionisti ed obbligazionisti, tra cui potrebbero finire anche diversi risparmiatori in possesso di bond subordinati rifilati a suo tempo come investimenti sicuri, ma verrebbero risparmiati almeno i correntisti. In compenso su quei soldi dovremo pagare pesanti  interessi e accettare come Stato italiano ulteriori richieste di austerità dall’Unione Europea. Insomma, un bagno di sangue, che per di più probabilmente non servirà.

Quando le banche sono in crisi, risanarle con prestiti funziona infatti raramente. Ci aveva già provato il governo Monti girando ben quattro miliardi alla banca senese, soldi che non sono serviti a un bel nulla e sono già stati inghiottiti dai bilanci del disastrato istituto. Probabilmente anche i miliardi dell’EMS che saranno girati ad Mps, che in pancia ha crediti inesigibili o deteriorati per una cifra monstre (27 miliardi di euro al netto), prolungheranno solo l’agonia dell’istituto toscano, senza risolvere i problemi. La strada scelta (pagare i debiti con altri debiti) aiuterà solo gli speculatori e stringerà ancora di più il cappio di Bruxelles attorno al collo degli italiani.

Stavolta però la colpa non è soltanto dell’Europa ma soprattutto delle scelte scriteriate degli ultimi governi (Monti, Letta e Renzi), i quali, mentre versavano decine di miliardi al fondo MES per salvare le banche tedesche e francesi, non hanno provveduto a mettere in sicurezza – o almeno tentato seriamente di farlo – quelle di casa loro, come invece hanno fatto per esempio in Germania. E hanno sottoscritto la normativa sul bail-in entrata in vigore a gennaio senza prima aver risolto i nodi degli istituti in crisi. Hanno insomma mandato al macello i risparmiatori e già se ne sono accorti gli obbligazionisti subordinati di Banca Etruria, Carife, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Chieti.

Mentre avveniva questo disastro, che colpirà presumibilmente in futuro anche altri istituti, tra cui potrebbe toccare anche a giganti come Unicredit, la gente è stata ingannata con bugie o errori di valutazione clamorosi da parte degli esponenti del governo. Nel 2013, l’allora premier Enrico Letta tweettava:

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Passa un anno anni e l’ineffabile ministro dell’Economia Piercarlo Padoan rassicura i risparmiatori, garantendo per un sistema bancario che a quanto pare ha invece sofferenze per 250 miliardi (ed è la stima minima):

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A inizio anno, ci si mette persino il Bomba, che ne spara una delle sue, invitando implicitamente i risparmiatori a comprare azioni Mps:

 

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Da notare che dalle dichiarazioni di Matteo Renzi ad oggi, il titolo Monte Paschi ha perso oltre il 60% del valore: un disastro per chi ne ha seguito il consiglio.

Per completare il quadro delle responsabilità di una classe politica e manageriale, nel caso di Mps compattamente riconducibile al Partito Democratico, che definire sciagurata non è certo esagerato, è bene ricordare come il Monte dei Paschi di Siena sia arrivato a questo punto. Perché una banca che per secoli e per tutto il dopoguerra era stata florida, si è ridotta negli ultimi anni a macinare perdite su perdite?

La prima ragione risiede nel Testo Unico sul sistema bancario introdotto dal governo Ciampi nel 1993, che affiancava la privatizzazione degli istituti di credito pubblici che proprio in quegli anni si stava realizzando e avrebbe riguardato anche Mps. Il Testo Unico cancellava la sacrosanta divisione tra banche di affari e banche di investimento, introdotta negli anni Trenta, ed esponeva il risparmio privato alla speculazione più incontrollata. Lo Stato, inoltre, con queste politiche, caldeggiate anche dal centro-destra ma eseguite zelantemente da un centro-sinistra passato armi e bagagli al liberismo finanziario, veniva reso solo spettatore del mondo del credito.

Grazie a tali politiche, anche a Siena si è cominciato a dare carta bianca alle peggiori e più rischiose operazioni finanziarie usando i soldi non solo dei grandi azionisti, ma anche dei piccoli risparmiatori. Il gioco, prima della crisi, per un po’ ha funzionato. Ma quando è esplosa la bolla dei subprime nel 2007-08, ecco che una marea di prodotti finanziari è diventata spazzatura. Nel frattempo il management, nominato dal Pd tramite la Fondazione su cui esercita un ferreo controllo, metteva a segno una serie di operazioni fallimentari, che ora sono al vaglio degli inquirenti. Mps diventava il bancomat del partito, mentre approssimazione e irresponsabilità portavano nel 2009 l’allora amministratore delegato Giuseppe Mussari a rilevare una banca che valeva poco più di 6 miliardi di euro (Antonveneta), spendendone, tra acquisto e interessi pagati sui derivati utilizzati per l’operazione, ben 16 (sì, avete letto bene, sedici miliardi). Da notare che per questo suo exploit, Mussari veniva premiato diventando il numero uno dell’Abi.

C’è infine una ulteriore ragione del crack di Mps: se una banca in difficoltà opera in una economia in recessione prolungata grazie all’austerità imposta da Bruxelles, i suoi conti non possono che peggiorare, in quanto famiglie e aziende non saranno in grado di restituire i prestiti. Nel caso di Mps la recessione si è rivelata fatale.

Corruzione, incompetenza manageriale, perseguimento ostinato di politiche di deregulation che arricchiscono i grandi azionisti e distruggono l’economia reale, adesione servile oltre il necessario ai dettami di Bruxelles: questo è il cocktail che ha ammazzato Mps (e, presumibilmente anche il responsabile della comunicazione della banca David Rossi, probabilmente ucciso da ignoti nel marzo 2013). Eppure qualche giorno fa, così tweetava la vicepresidente del Pd Debora Serracchiani:

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Capito? Se Mps rischia il crack e obbligazionisti e azionisti rischiano il bail-in, la colpa è del no al referendum, mica delle politiche e della gestione del Pd!  Quello che vedete sotto è l’andamento del titolo Mps: il crollo comincia nove anni prima del referendum o mi sbaglio?

 

 

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Conclusione: il caso Mps è l’esempio plastico dell’irresponsabilità di gran parte della nostra classe dirigente (coloro che si autodefiniscono “esperti” e “competenti”), che sta trascinando il Paese in un tunnel senza uscita. Per salvare davvero Mps occorrerebbe ri-nazionalizzarla, come hanno fatto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania con i loro istituti di credito in difficoltà. Per salvare il sistema bancario italiano e superare la stretta creditizia occorrerebbe istituire una banca pubblica. Per evitare nuove crisi che colpiscano i risparmiatori e i correntisti, occorrerebbe separare di nuovo banche di affari e banche di investimento.

Nel quadro legislativo attuale e con le regole europee in vigore è un’impresa disperata. Ed è ingenuo attendersi che a compierla siano gli stessi che tale quadro lo hanno propagandato e attuato per 20 anni e oltre. Però qualcosa devono fare, presto e bene. Quando si toccano direttamente i soldi dei conti correnti della gente, certi scempi non passano impuniti.

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