M5S: Destra o Sinistra?

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Il M5S è di destra o di sinistra? L’elettore e il militante grillino risponderebbe: “Noi non siamo nè di destra nè di sinistra, vogliamo soltanto fare gli interessi dei cittadini”. Questo è del resto quanto hanno sempre detto Grillo e Casaleggio e quanto continuano a ripetere i big del Movimento, senza alcuna eccezione.

Si tratta di un approccio che finora ha pagato ma che, come vedremo, presto o tardi dovrà essere in qualche modo superato se il Movimento intende diventare una forza politica stabile e consolidata. Ma andiamo con ordine. Prima ho scritto che si è trattato di un approccio vincente, come dimostrano i numeri. Senza finanziamenti, senza sponsor potenti, senza l’appoggio dei media, che anzi li attaccano costantemente, senza clientele negli enti locali o in cooperative e nell’associazionismo, il M5S, grazie soltanto al carisma comiziale di Grillo e alla strategia web costruita da Casaleggio senior e junior, oggi ha circa il 30% dei consensi, forse di più. E’ con ogni probabilità il primo partito italiano. Questo dimostra che il messaggio “né di destra né di sinistra” è stato efficace. Le ragioni sono almeno due.

Jean-Francois Lyotard.

La prima consiste nel fatto che, per usare le parole di Jean-François Lyotard, siamo nell’epoca del postmoderno, ossia in una era nella quale hanno perso presa le grandi narrazioni metafisiche (illuminismo, idealismo, marxismo) che ispiravano la società precedenti e ne garantivano in qualche modo la coesione. Siamo in una società atomizzata, in cui il senso della comunità ha lasciato il posto all’individualismo e alla competizione. Le ideologie, per la massa, sono finite e resta soltanto il modello consumista e capitalista.

La seconda ragione per cui non dichiararsi né di destra né di sinistra ha funzionato è che la maggior parte delle persone non ha ben chiaro il significato di questi due termini. Le due parole sono state inquinate dagli eventi e dai tradimenti di coloro che le hanno adottate come loro bandiera e oggi non si comprende più che cosa significhino. Nel linguaggio comune, per esempio, si attribuisce l’aggettivo “sinistra” (e talvolta persino quello “comunista” o “rosso”!) a un partito come il Pd che da almeno 20 anni fa politiche chiaramente neo-liberiste. Oppure, si definiscono “destra” sia i liberisti più spinti che i corporativisti della destra sociale, nonostante siano in gran parte incompatibili.

La distinzione di vent’anni fa di Norberto Bobbio secondo cui la sinistra si definiva in base alla sua spinta all’eguaglianza, oggi pare priva di significato, in quanto in Italia e in buona parte d’Europa il centrosinistra, pur negandolo a parole, nei fatti è diventato l’alfiere delle politiche neo-liberiste che ne sono l’antitesi. A meno di non avere la sfrontatezza di un Matteo Renzi, capace di sostenere che “il liberismo è di sinistra” e a meno di non essere così ingenui da credere che nel libero mercato tutti hanno le stesse opportunità e che in esso i pesci piccoli hanno le stesse chance di successo dei più ricchi e dei più potenti. Si tratta insomma di due termini che ormai ognuno usa come vuole e che finiscono per dividere inutilmente. Sono diventate etichette e come tutte le etichette sono un’arma a doppio taglio: se ti definisci di destra, allontani coloro che si definiscono di sinistra  e viceversa.

Il M5S ha deciso da subito di non servirsi di queste parole, per convinzione, per tattica o per entrambe le cose, e la scelta si è rivelata azzeccata, in quanto inclusiva. Questo tuttavia non significa che il M5S possa andare bene a chiunque. Esso esclude e tiene lontano chiunque non ne condivida i modi, i contenuti e le regole. Ma non esclude idealmente nessuno sulla base dell’autodefinizione politica. Sia chi si sente, a torto o ragione, di destra, sia chi si sente, a torto o ragione, di sinistra, può sentirsi a suo agio nel Movimento.

Tale scelta ha implicato il fatto che inizialmente nel M5S siano confluite persone di un po’ tutte le provenienze ideologiche: ex comunisti, ex ulivisti, liberisti convinti, ex elettori della destra sociale, ecologisti, persino alcuni ex elettori di FI nonostante l’origine anti-berlusconiana del Movimento: tutti uniti dal desiderio di cambiamento, dall’avversione all’establishment politico, dalla voglia di pulizia, talvolta eccessivamente giustizialista. Se però osserviamo l’evoluzione negli anni notiamo che l’elettorato del M5S sta lentamente ma inequivocabilmente assumendo caratteristiche più omogenee sia sul piano ideologico che su quello della composizione sociale.

Gli studi sulla composizione del voto sono molto chiari. Il M5S ha un elettorato che risponde ad alcune caratteristiche ben precise: è  giovane, istruito ma con uno status socio-economico insoddisfacente. I dati dell’ultimo studio uscito, che del resto conferma quanto avevano già mostrato altre ricerche, rivelano che il M5S è forte tra gli studenti e i giovani in generale, è molto votato tra gli operai (39% contro il 19% del Pd!), i commercianti, gli artigiani e gli autonomi (cioè le famose Partite Iva), spopola tra i disoccupati mentre non attecchisce tra dirigenti, medio-alta borghesia e pensionati. Si tratta insomma di un voto generazionale e soprattutto di classe: i salvati votano i partiti tradizionali e sistemici, mentre i sommersi votano soprattutto 5 Stelle.

Avere un simile elettorato è a nostro avviso un segnale fondamentale che il M5S è percepito come una forza popolare favorevole a politiche di redistribuzione della ricchezza. Si tratta di un percorso inevitabile: i ceti medio-bassi voteranno M5S anche per rabbia ma non sono così sciocchi da sostenerlo a priori. Se lo votano è anche perché avvertono che le proposte fatte dal Movimento sono rivolte al perseguimento di una maggiore giustizia sociale. E’ questo che la gente avverte quando sente Beppe Grillo dire “Nessuno deve rimanere indietro”. L’odio contro le ingiustizie e i privilegi, contro i politici e i funzionari corrotti, non può essere l’unico elemento che convince operai e disoccupati, checché ne dicano i Soloni della grande stampa. Se disoccupati, precari, partite Iva sottopagate, ragazzi invano in cerca di una prima occupazione, negozianti a rischio di fallimento votano M5S è anche perché sanno che tale Movimento porta avanti battaglie che offrono loro una speranza cdi miglioramento economico e sociale. Poi forse il M5S, una volta al governo, non saprà o vorrà attuarle, ma, tanti si dicono, perché non metterlo alla prova?

Guardiamo infatti quali sono le principali proposte di legge economico-sociali del M5S. Reddito di cittadinanza e salario minimo garantito (come del resto propongono diversi esponenti di Sinistra Italiana, a dimostrazione che non si tratta, come sostengono certi sovranisti di destra, di una misura funzionale al liberismo). Tagli degli sprechi e dei privilegi ma non dei servizi dello Stato Sociale. Taglio alle pensioni d’oro e aumento delle pensioni minime. Difesa della scuola pubblica e abolizione della Buona Scuola. Abolizione del Job’s Act. Riforma del sistema bancario con la pubblicizzazione di Bankitalia, il ripristino della divisione tra banche d’affari e banche commerciali per tutelare il piccolo risparmio, creazione di un istituto di credito pubblico per finanziare le imprese, salvataggio e nazionalizzazione delle banche a rischio fallimento. Stop alle privatizzazioni. Graduale smantellamento delle partecipate per riportare nell’alveo pubblico la gestione dei beni comuni, come l’acqua o i trasporti. Piano nazionale energetico basato su energie verdi. Lasciando da parte la grande questione dell’euro, sulla quale il M5S è ondeggiante per ragioni a nostro avviso tattiche (tema che non è questa la sede per affrontare), le proposte di politica economica e sociale del M5S sono tutte, ma proprio tutte, spiccatamente di sinistra.

Certamente alcuni di questi provvedimenti possono piacere anche a un elettore della destra sociale. Bisogna però dire che sul campo dei diritti civili e dell’immigrazione la posizione del M5S, pur non allineata al globalismo filoatlantista del centro-sinistra e delle sue stampelle (tanto è vero che mette in discussione persino la Nato e chiede di eliminare le sanzioni alla Russia), non si può neppure definire conservatore o tradizionalista. Il M5S non è xenofobo e sui diritti civili è ampiamente libertario. Quando Grillo si pronuncia contro lo ius soli iscritti e parlamentari come Di Battista lo smentiscono. Quando Grillo, probabilmente esprimendosi male e inopportunamente come spesso gli capita, parla di “eliminazione dei sindacati”, base e vertice precisano che il riferimento è al collaborazionismo dei confederali, non certo al sindacato in sé come istituto di difesa dei lavoratori, tant’è che esistono rapporti frequenti tra esponenti del M5S e le Unità sindacali di base. Queste posizioni stanno facendo sì che diversi elettori di destra, che nel 2013 avevano dato fiducia al M5S, stiano tornando alla base, dando il loro voto a Lega o FdI. Eppure i sondaggi dicono che il M5S non è in calo, anzi cresce. Evidentemente l’afflusso di elettori dall’astensione o dalla sinistra è in grado di rimpiazzare abbondantemente queste uscite.

Insomma, se adottiamo il criterio dell’inclusività per distinguere destra e sinistra (come ritengo corretto e come farebbero tutti, se tali termini non risultassero ormai inutilizzabili tra la gente comune), non c’è dubbio che il M5S sia palesemente di sinistra nel campo della politica economica e sociale, progressista in quello dei diritti civili e pragmatico, ma non conservatore, in quello geopolitico e sulla questione dell’immigrazione.

Questo fa del M5S un partito di sinistra? No. E per due ragioni. La prima è che non è un partito ma un Movimento privo di una struttura di coordinamento e di una segreteria politica democraticamente eletta. Per ora la formula ha bene o male tenuto ma espone il M5S a due rischi opposti. Il primo è l’anarchia: se si crea un gruppo locale coeso, esso può finire per agire come meglio crede, visto che non è sottoposto al controllo diretto di un organismo centrale o territoriale. E’ quanto successo a Parma con Pizzarotti e la sua giunta. Il secondo pericolo è l’imposizione dall’alto, come altra faccia della medaglia: siccome rischi di sfuggire al mio controllo, io, garante, ti tarpo le ali e ti impongo come agire, altrimenti ti tolgo il marchio. E’ il famoso problema della democrazia interna, che i vertici del Movimento non hanno ancora voluto risolvere ma che è ora che venga affrontato. Non c’è bisogno che il Movimento diventi un partito tradizionale: l’idea che gli obiettivi e i programmi debbano essere elaborati e votati dagli iscritti in Rete o nei Meetup rimane una rivoluzione preziosa; che la dimensione periferica (locale) prevalga sui desiderata del centro resta valida; le regole sul limite dei due mandati per evitare che la politica diventi professione a vita può essere certamente mantenuta. Ma, se sono i cittadini a decidere gli obiettivi, solo una segreteria politica che abbia esperienza e sia stata votata dalla base può scegliere la strategia necessaria di volta in volta per raggiungerli.

La seconda ragione per cui il M5S non può essere definito un partito di sinistra, anche se di fatto porta avanti le stesse istanze, è che non si decide a dirlo. Le ragioni per cui non lo fa le abbiamo spiegate, e sono buone ragioni. Però una bussola semantica è necessaria, perché l’affermazione “siamo dalla parte dei cittadini”, senza alcun accenno agli interessi di classe, alla lunga non può reggere. Anche Carlo De Benedetti e Mario Monti sono cittadini, ma dubito che il M5S intenda rappresentare gli interessi di costoro. Perciò si impone una scelta lessicale. Si può parlare, invece che di destra e sinistra, di inclusione ed esclusione, di basso e alto, di establishment e popolo. Una parola chiara serve. Non pronunciarla, rischia di dare forza a chi accusa il Movimento di qualunquismo e il qualunquismo non ha mai portato nessuno a risultati stabili. Ci pensino a Milano e Genova.

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