L’Italia s’è rotta

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Il nostro è un Paese sempre più diviso: nella ricchezza e quindi nella società, nei riferimenti culturali, nelle scelte elettorali. Non è stato sempre così. Fino all’inizio degli anni Novanta, nonostante le divisioni culturali e politiche (ad esempio, comunisti e anticomunisti; cattolici e laici; liberisti e keynesiani; Nord e Sud, solo per citarne alcune), si è assistito alla nascita e al consolidamento di una vasta classe media che assorbiva poveri sempre meno poveri e proletari sempre meno proletari. Già nel corso degli anni 80, sulla scorta delle esperienze reaganiane e thatcheriane, della crisi dell’Urss e dell’affermarsi delle teorie liberiste, le politiche di redistribuzione e welfare avevano cominciato ad essere criticate, ma è solo nel decennio successivo che dalla critica si è passati al loro smantellamento a colpi di liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme delle pensioni e del lavoro, introduzione del precariato spacciato per flessibilità.

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Via Monte Napoleone a Milano: l’Italia esclusiva (e anche un po’ escludente)

Le conseguenze vere di tali politiche si sono avute però soltanto a seguito del crack del 2007-08 (crisi dei mutui subprime partito dagli Usa e diventato poi globale): da allora l’occupazione scende, il Pil non cresce, il debito pubblico non accenna a calare mentre l’unica cosa che aumenta sul serio è la disuguaglianza sociale. Oggi, dice l’Ocse, il 20% più ricco detiene il 61,6% della ricchezza nazionale mentre il 20% appena al di sotto ne possiede il 20,9%. Il restante 60% si deve accontentare del 17,4% del totale, con appena lo 0,4% per il 20% più povero. Non solo: dal 2007 al 2014 (e ad oggi la situazione sarà ulteriormente peggiorata) i più poveri hanno perso il 4% della loro già ristretta ricchezza, mentre chi sta nella parte alta della piramide guadagna sempre di più.

Questa tendenza prosegue ormai da otto anni, tra un “timido segnale di ripresa” e l’altro (chi ancora crede a simili bufale? Purtroppo ancora troppe persone) e tutto lascia intendere che, se non si dirà addio alle politiche neoliberiste ed euriste vigenti, la forbice con il tempo aumenterà. Basta guardare questo grafico per capirlo:

 

grafico

 

L’immagine è spietata: in Italia chi è sotto i 50 anni guadagna decisamente meno di quanto guadagnava nel 1995; se poi ha meno di 34 anni il calo è addirittura impressionante: -60% rispetto a 20 anni fa! L’economia dei singoli e delle famiglie tiene quindi grazie a stipendi, pensioni, rendite e immobili dei meno giovani. Da questi dati si possono trarre alcune, importanti conclusioni.

  1. Il Paese è diviso non soltanto tra classi ma anche (sui grandi numeri e quindi pur con tante eccezioni) tra età;
  2. Se chi è all’inizio o nel pieno dell’età lavorativa guadagna così poco, dal momento che la ricchezza totale (il Pil) è soltanto in lieve calo o stabile, chi invece ha più di 50 anni sta accumulando risorse: insomma chi già ne ha, tende ad averne ancora di più pur producendo meno (molti sono in pensione). La nostra si sta lentamente trasformando in una società che privilegia la rendita e massacra il lavoro (il sogno proibito del peggior capitalismo, se ci pensate);
  3. Il fatto che babbi e nonni aiutino i giovani depone soltanto a favore della loro generosità, non dell’efficienza e dell’equità del sistema; peraltro tali, spesso provvidenziali, “aiuti” finiscono per rabbonire le generazioni più giovani, le quali, finché saranno aiutate dalla famiglia, non avranno la forza e la maturità per richiedere in massa un drastico cambiamento delle politiche economiche che ci hanno portato a questo punto e hanno dimezzato i salari di chi entra nel mercato del lavoro;
  4. Con salari di ingresso così bassi, la mobilità sociale tende a ridursi ulteriormente. Con la crisi, garanzie e privilegi diventano non meno ma sempre più importanti (e la corruzione, per inciso, in questo clima non diminuisce, ma tende ad aumentare). Viene così smentita la favoletta secondo cui la recessione sarebbe un’opportunità per migliorarsi o, usando un’espressione tanto cara al peggior marketing aziendale e alla retorica del merito, per “reinventarsi”: nella pratica la recessione diventa invece soltanto un’opportunità per chi già è garantito, privilegiato o favorito per attaccarsi ancora di più ai propri privilegi, rendite o garanzie.

Mano a mano che il tempo passa, questa dinamica di polarizzazione non può che accentuarsi. Proseguendo così, avremo una (robusta) minoranza benestante sempre più decisa a difendere lo status quo e una maggioranza (lieve ma crescente) sempre più frustrata e arrabbiata. Già oggi si vedono le conseguenze sociali, culturali e politiche di questa spaccatura: giovani contro anziani, rabbia verso la cosiddetta “casta”, gli sprechi e i privilegi, astensione elettorale in aumento, rabbia montante verso l’immigrazione (che peggiora le condizioni di vita non dei benestanti ma di chi vive nei quartieri popolari e non abbatte gli stipendi dei manager ma quelli dei camionisti e degli operai), crescita di quello che superficialmente viene chiamato “voto di protesta”, perdita di consensi dei partiti sistemici che non hanno più base popolare ma sono ormai appoggiati e sostenuti dai benestanti, dall’apparato amministrativo meglio pagato, dai media, dall’establishment e anche da chi, semplicemente, ha magari cominciato a perdere benessere, ma ancora in modo molto limitato.

Non sappiamo se le attuali classi dirigenti, che ci hanno portato a questo punto consapevolmente, riusciranno anche in futuro a contenere il dissenso. Per farlo, finora hanno abilmente usato una serie di strumenti: la gradualità (diritti e denaro vengono tolti a poco a poco e dopo aver preparato il terreno); la manipolazione mediatica (i fantasiosi racconti, che si continuano a fare da anni, su inesistenti “luci in fondo al tunnel” e immaginari “segnali di ripresa”); le mance e i bonus per indorare le pillole; gli interventi a macchia di leopardo (si colpisce prima una categoria, poi un’altra, poi un’altra ancora, mettendole una contro l’altra, in modo da innescare polemiche sull’equità di trattamento, il buon vecchio Divide et impera…).

Insomma, lorsignori sono stati abili. Ma con il tempo e l’aggravarsi della situazione generale, il giochino potrebbe rompersi e la rabbia diventare alternativa. Avverrà mai? E in quali modalità?

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