Le riforme

0

Non ci sarebbe bisogno di conoscere la macroeconomia ma basterebbe usare la logica e non bersi la propaganda mediatica per capire che l’austerità (ovvero tagli e tasse per i soliti noti, cioè i cittadini comuni) non è mai espansiva. Mai. E che le tanto decantate riforme, che in realtà altro non sono che controriforme all’insegna dei sacrifici (anche quelli, sempre dei soliti, mai dei grandi azionisti), non possono portare alcuna crescita. Il tema, dopo dieci anni di crisi che in Eurozona è stata affrontata con le famose “riforme” i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti, dovrebbe essere superato. Ma siccome di conformisti acritici e di negazionisti dell’evidenza è piena la società, è opportuno ancor adesso, nel 2017, non accontentarsi del buon senso e ricorrere a dati, numeri e qualche nozione di macroeconomia.

Siccome i giornaloni e i tg continuano pervicacemente a tirare fuori ogni tanto un qualche “miracolo” di Paesi in difficoltà che però, al contrario dell’Italia, avrebbero fatto “le riforme”, non resta a chi cerca di fare corretta informazione che rispondere a tanta superficialità attraverso dati e fatti certi. In particolare, vorrei ricordare ai cari colleghi che continuano a propinare simili semplificazioni, e ai tanti lettori e telespettatori che abdicano al proprio senso critico bevendosele, i seguenti fatti:

  • L’Italia in questi anni ha fatto “le riforme” come e più degli altri: Fornero, Job’s Act, Buona Scuola e potrei continuare. Ovviamente si è trattato solo e unicamente di riforme neoliberiste e di austerità. Il risultato è illustrato dai dati: disoccupazioni a livelli mai raggiunti dal dopoguerra, crescita zero e debito pubblico in aumento. Non poteva che andare così e noi lo avevamo detto: pensare di ridurre il debito pubblico facendo austerità in recessione è una schiocchezza, visto che esso si calcola in relazione al Pil. Più fai austerità, più il Pil cala e cala più in fretta di quanto diminuisca il deficit in seguito ai tagli. Si tratta di una banale equazione matematica, corroborata dagli studi di un certo Keynes, che forse vale qualcosa in più di un Pier Carlo Padoan, ma dopo dieci anni di crisi c’è gente che si ostina a negarla. Cosa non si fa per non ammettere di aver preso una cantonata e per tifo politico.
  • I Paesi in difficoltà dell’Eurozona che hanno seguito la ricetta di Bruxelles e hanno fatto “le riforme”, vengono additati come modelli. Ma non rappresentano alcun modello, anzi. In particolare:
  1. Il meraviglioso modello spagnolo si regge su due difettucci mica da poco. Il primo è che in Spagna è vero che il Pil cresce, però i livelli di disoccupazione sono oggettivamente spaventosi: il doppio che l’Italia, e sappiamo in che condizioni è il mercato del lavoro da noi. Ergo, la crescita della Spagna va a beneficio di pochi e miete vittime tra la maggioranza: davvero un bel modello, la messicanizzazione della società. Il secondo difettuccio è che la Spagna cresce un po’ perché, in cambio delle “riforme”, la Ue le concede di sforare allegramente il parametro deficit/Pil nonostante un alto debito pubblico. Così, cioè iniettando denaro pubblico a miliardi, sono capaci tutti, però. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi: perché è concesso a Madrid quello che non viene concesso a Roma, che deve stare ben sotto il 3% del rapporto deficit/Pil mentre la Spagna fa segnare un bel 5%, con anni in cui è arrivata addirittura all’11%? Non è solo questione di “saper farsi rispettare” ma è una precisa e inconfessata scelta dell’azionista di maggioranza della Ue, cioè la Germania: la Spagna non ha una forte struttura produttiva, è solo un Paese debitore e il debitore non puoi strangolarlo, se vuoi che ripaghi il suo debito; l’Italia invece va lentamente ma inesorabilmente strangolata, in quanto occorre che non rappresenti più un competitor pericoloso per i tedeschi. Bene che le sue aziende se la passino male, in modo che qualche gruppo straniero magari acquisisca le migliori a prezzo di saldo. Il che è esattamente quanto sta avvenendo da anni. In conclusione, quello spagnolo non è né un sistema applicabile all’Italia né un sistema augurabile, a meno che si desideri una società profondamente diseguale, piena di lavoratori disoccupati o sottopagati. Non è neppure una strada che conduce alla diminuzione del debito pubblico, anzi, lo aumenta. E’ quindi un sistema che serve solo a togliere diritti al cittadino comune. Vi pare il caso di chiamarlo “modello”?
  2. Il modello irlandese ha in effetti consentito una crescita sostenuta e una bassa (per l’Eurozona) disoccupazione, attorno al 6%. Persino il debito pubblico, che era arrivato dopo la crisi al 120%, ora è sceso al 75% circa. Però c’è un problema, ossia che si tratta di dati pesantemente truccati. La crescita dell’Irlanda è infatti basata sul fatto che, grazie a tasse bassissime, è diventata una sorta di calamita per le multinazionali di tutto il mondo, le quali però i profitti li portano ovviamente fuori dal Paese. Proprio ieri lo ha dovuto ammettere anche il governo. Scrive il Corriere della Sera: “La banca centrale di Dublino ha consigliato di ricalcolare il valore dell’economia del Paese — il Prodotto interno lordo — togliendo dal conto la globalizzazione. Il risultato? Non più 275 miliardi di euro, ma giù fino a quota 190. È il «guadagno nazionale lordo», calcolato senza considerare i profitti delle grandi multinazionali straniere (quelle con un’importante presenza nell’isola), che spesso scelgono di aprire nuovi uffici in Irlanda con un occhio al suo Fisco leggero. Via quindi una buona fetta dei milioni/miliardi contabilizzati nell’isola dei prati verde smeraldo e delle scintillanti vetrate dei grandi gruppi stranieri.”In altri termini, il presunto miracolo irlandese si basa su un Pil artificiosamente aumentato di oltre il 30%!  Il che significa che la crescita è molto inferiore a quella stimata e il debito pubblico è molto più alto di quello indicato e infatti è pari al 106%. Si tratta insomma di un finto miracolo, che garantisce posti di lavoro per ora ma può portare nei prossimi anni i conti pubblici in pessime acque, alimentando lo spread e il rischio-Paese. Quindi, di quale modello stiamo parlando?

Ogni tanto, qualche geniaccio della propaganda tira fuori altri presunti modelli, tipo quello portoghese, dove però il debito pubblico e la disoccupazione solo molto alte. Le aziende italiane che operano in Portogallo, del resto, sanno benissimo che farsi pagare talvolta è un’impresa. Tempo fa c’era chi citava la Finlandia, ora è diventato impossibile anche per i più zelanti propagandisti dell’Eurozona, visto che Helsinki è in recessione (Pil negativo o fermo) da diversi anni, mentre gli altri Paesi scandinavi, stessa cultura del lavoro e della legalità ma che non hanno l’euro e non sono costretti a “fare le riforme”, se la passano discretamente, con una crescita moderata ma costante.

In conclusione: non esistono “modelli” e “miracoli” basati sulle (contro)riforme predicate dai tecnocrati della Ue e dalle banche d’affari di cui sono i referenti. O meglio: si tratta di ricette validissime per chi vuole aumentare i profitti dei pochi a danno del benessere dei molti, agevolare il mercantilismo tedesco e creare Paesi a manodopera sottopagata Mexican Style. Siccome non è un mio obiettivo, e credo neppure il desiderio della maggioranza della popolazione, mi auguro che la gente smetta di credere alle favole di tanti (per fortuna non tutti) media e respinga le “riforme” ai proponenti. Che la facciano su loro stessi, “l’austerità espansiva”.

0

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *