I giapponesi nella giungla

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I meno giovani forse ricorderanno questa foto: ritrae un vecchio militare giapponese, Hiroo Onoda, arrestato nel 1974 nell’isola filippina di Lubang, dove era nascosto da 30 anni, perché si rifiutava di credere che la seconda guerra mondiale fosse terminata. Di simili soldatini, anche se dubitiamo altrettanto valorosi, ce ne sono in tutta Europa ancora a bizzeffe: persone che, vittime della propaganda, della disinformazione o dell’attaccamento a feticci identitari tipo la fantomatica “Europa dei popoli”, che sarebbe bellissima cosa se fosse realisticamente ipotizzabile, pensano ancor oggi, nel 2016 e dopo 8 anni di recessione (superata da un pezzo ovunque tranne che proprio in Eurozona), che l’euro sia stata e sia cosa buona e giusta per l’economia reale.

Chiarisco subito due punti su cui intendo non dover tornare in seguito. Il primo è che queste riflessioni non parlano di chi sostiene che l’euro è un grave errore che però ci dobbiamo tenere perché uscire avrebbe costi pesantissimi. Questa è una posizione su cui si può concordare o meno ma che indubbiamente ha serie fondamenta. No, qui mi riferisco a coloro che continuano a sostenere che l’euro sia una buona idea in sé e che abbia portato più vantaggi che svantaggi.

Seconda precisazione: l’articolo non è neppure rivolto a coloro che difendono l’euro per interesse personale. Anche se non è né bello né nobile, è però comprensibile che chi dal cambio fisso e dall’austerità imposta da Bruxelles ci guadagna, difenda il sistema vigente anche se impoverisce la maggioranza e colpisce chi vive del proprio lavoro: mors tua, vita mea. Oppure, citando Marx, usiamo l’espressione”interesse di classe”, che a volta si accompagna alla menzogna consapevole. Parliamo di una minoranza numericamente non trascurabile e soprattutto organizzata e potente perché ricca: grandi banche d’affari, operatori della finanza, rentiers, azionisti delle grandi imprese delocalizzatrici che hanno tutto l’interesse a perpetuare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e l’abbattimento dei salari conseguente all’abolizione del cambio, dirigenti pubblici, propagandisti di cattedre e di media profumatamente pagati e, su scala più piccola, tutti coloro che hanno la garanzia di una vecchia pensione retributiva di importo dignitoso o buono o un reddito da impiego fisso ex articolo 18. Tutte persone cui l’inflazione a zero o addirittura la deflazione può pure fare comodo e pazienza se ammazza gli altri.

No, parlo di tutti coloro (e sono ancora tanti, anche se sempre meno) che, pur non guadagnando nulla dal sistema euro o perdendoci persino, lo difendono ancor oggi a spada tratta e magari si ritengono pure persone “di sinistra”. Sono costoro che rischiano di fare la fine del “soldato nella giungla”, perché negheranno l’evidenza fino all’ultimo e continueranno a combattere anche quando la moneta unica e le sue asfissianti regole saranno andate in soffitta e i suoi propugnatori si saranno già riposizionati (come già sta accadendo, peraltro).

Ora, chi si occupa del tema da anni, sa che la natura classista e alla lunga insostenibile del cambio fisso in assenza di trasferimenti fiscali (cioè finanziamenti) dalle aree più ricche a quelle più povere era chiara come il sole e ovvia per tutti i migliori economisti. Già nel 1971, il grande economista ungherese naturalizzato britannico Nicholas Kaldor, consigliere del governo di Londra, scriveva:

“Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit”, che è esattamente quanto accade in Eurozona oggi. E ancora: “(Sarebbe necessario che) le aree più ricche finanzino in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un declino delle esportazioni siano automaticamente alleggerite pagando meno e ricevendo di più dalla Fisco centrale. La tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione sono così tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire automaticamente aiuto a quelle in deficit.” Ovvero un bilancio comune, esattamente ciò che in Eurozona non c’è e mai ci sarà, visto che il leader continentale, la Germania, di trasferimenti fiscali non vuole neppure sentir parlare. E non è finita. Con una precisione che dovrebbe far riflettere, Kaldor prevede quasi 50 anni fa che “l’Unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di perseguire autonome politiche di piena occupazione – di intervenire per compensare le cadute del livello della produzione e dell’occupazione“. Che è poi proprio quello che vediamo: gli Stati dell’eurozona hanno pochissime leve per aumentare investimenti e occupazione, con il risultato che mentre Usa e Regno Unito, per esempio, sono usciti dalla crisi del 2008 da un pezzo, i Paesi dell’eurozona continua a fare i conti con la stagnazione e l’alta disoccupazione.  Non credo di dover continuare con altre citazioni: chi vuol capire, ha già compreso la totale esattezza della diagnosi.

Kaldor è un caso isolato e, come dicono i disinformati (categoria che spesso crede di sapere ma non sa se non quanto gli proprinano i grandi media), si tratta dell’opinione casualmente azzeccata di un accademico?  No, i migliori economisti queste cose le dicevano e continuano a dirle (se non vengono assunti a fare gli interessi della Goldman Sachs o non vengono cooptati dalla politica, naturalmente). A varie riprese si sono espressi chiaramente contro l’euro non Grillo e Salvini ma i seguenti incompetenti populisti:

Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia del 2008, progressista, editorialista del New York Times. Il numero dei suoi interventi che denunciano l’insostenibilità dell’attuale costruzione monetaria è così vasto e articolato che non è neppure necessario fare delle citazioni. Basta Google;

Milton Friedmann, premio Nobel dell’Economia nel 1976, esponente della scuola di Chicago e capofila degli economisti liberisti a livello mondiale, quindi nemico giurato della spesa pubblica e dell’aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, tipici mantra euristi. Eppure anche lui, nel 1997 esce con un paper dove prevede che la moneta unica, senza bilancio comune, avrebbe creato enormi tensioni tra i Paesi e grandi sperequazioni sociali;

James Tobin, economista keynesiano (evidentemente tutte le scuole sono concordi nel criticare la moneta unica), premio Nobel per l’Economia nel 1981, che così dichiarava già nel 2001: “I paesi dell’Euro soffrono perché l’economia europea è in una cattiva situazione. La responsabilità di questo è della banca centrale europea, perché non persegue nessuna politica, come invece fa la banca di emissione americana, la FED … il presidente della banca centrale europea, mi ha detto una volta che lui non ha niente a che fare con la vera economia, con la crescita e le attività. Il suo compito è controllare rigidamente i prezzi, in altre parole lottare contro l’inflazione. Se questo è tutto quello che ha da offrire la politica monetaria europea, non sorprende che l’economia sia debole in Europa”.

Jopseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001, collaboratore di primo piano dell’amministrazione Clinton, che, come Krugman, denuncia l’insostenibilità della nostra moneta unica da anni e negli scorsi mesi ha dato alle stampe un libro in cui propone, per salvarla, un euro a doppia velocità;

Amartya Sen, premio Nobel dell’Economia nel 1998, che ha definito senza mezzi termini l’euro “un’idea orribile”;

Christopher Pissarides, Premio Nobel per l’Economia nel 2010, che ha proposto un piano di smantellamento concordato della moneta unica o in alternativa, trasferimenti fiscali (proprio quello che la Germania non accetterà mai), in quanto a suo avviso l’euro non ha futuro;

James Mirrlees,  economista britannico insignito del Nobel nel 1996, che non si è limitato a condannare l’euro ma, in una conferenza dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nel dicembre 2013, ha affermato che l’Italia dovrebbe uscirne senza indugi.

Solo per completezza, se abbiamo ben sette Premi Nobel che hanno denunciato la insostenibilità sul lungo periodo dell’euro, va detto che non un solo economista tra i migliori al mondo ha mai affermato il contrario, ossia che l’euro, così come è strutturato, sia una buona idea per i sistemi economici.

Non è neppure vero che l’euro riscuota da sempre il plauso degli economisti italiani. Alcuni di loro già negli anni 70 sollevarono molti dubbi e critiche all’idea dell’ingresso nello Sme (che, benché all’interno di una banda di oscillazione, agiva come cambio fisso, esattamente come l’euro). Basterebbe citare Luigi Spaventa, ex ministro del Bilancio e presidente della Consob, uno dei nostri più eminenti economisti, scomparso pochi anni fa. Oppure maestri del pensiero economico italiano come Federico Caffé o Piero Sraffa.

Ma la natura classista e deflazionistica dell’euro era chiara persino a quegli stessi politici che oggi difendono la moneta unica che tanto male sta facendo proprio alle classi popolari che dicevano o dicono di voler tutelare. E’ il caso di Giorgio Napolitano che così dichiarava in Parlamento nel 1978: “Se oggi, comunque, tra i fautori dell’ingresso immediato (nello Sme, ndr.) circolasse il calcolo di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio – eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze dell’attuale maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario”.  Come una posizione così lucida, favorevole alle classi lavoratrici sia pure all’interno di un contesto di costruzione europea, contraria a quella austerità che poi finisce sempre per riguardare i più deboli, si concili con le successive scelte politiche di Napolitano, totalmente allineate ai voleri di Bruxelles e dei mercati, è un bel mistero (o forse no).

In conclusione: molto era già chiaro a politici ed economisti 30 anni fa, oggi è chiaro praticamente tutto. Eppure i soldatini giapponesi, imboscati nella giungla, continuano a combattere per una causa che si è dimostrata sbagliata. Intanto i loro comandanti si preparano a lasciarli da soli al fronte, riposizionandosi per il post 8 settembre della moneta unica.

Così Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi, un tempo eurista convintissimo, papabile ministro nel governo Monti, oggi dice che “uscire dall’euro è il male minore”, mentre Luigi Zingales, economista liberista, editorialista de L’Espresso, da sempre coccolato dai media euristi, dichiara senza mezzi termini: “Senza una politica fiscale comune l’euro non è sostenibile: o si accetta questo principio o tanto vale sedersi intorno a un tavolo e dire: bene, cominciamo le pratiche di divorzio”. Seguiranno altre conversioni, basta aspettare. Loro però, i soldatini, continueranno a sostenere l’insostenibile, dando più credito a studiosi diventati politici, impegnati a difendere coloro di cui sono funzionari piuttosto che la verità, come Monti o Padoan, che a uno squadrone di premi Nobel e alla logica stessa dei meccanismi economici. 

Post scriptum – Esiste anche la variante del soldatino giapponese che sostiene che la causa per cui combatte tornerebbe ad essere giusta, purché si cambino certi meccanismi, si introduca più solidarietà tra i Paesi e si cambi verso all’Europa. A costoro andrebbe ricordato quanto ha appena dichiarato il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker: ” I think we should stop talking about the United States of Europe”. Più per esteso: “Spesso quelli che ci osservano non capiscono cosa facciamo, c’è un misunderstanding: credo che dovremmo smettere di parlare degli Stati Uniti d’Europa”.

Capito? La Commissione, cioè i tedeschi e i loro alleati, non accetteranno mai di creare gli Stati Uniti d’Europa e di effettuare trasferimenti fiscali. Ce lo dicono, con le azioni e le parole, da anni ma nella giungla evidentemente le notizie arrivano tardi e male.

 

 

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