Fondi europei che passione

0

Chiunque sia abituato a informarsi da diverse fonti, cosa che Internet consente con relativa facilità, sa che sul tema dei cosiddetti fondi europei sono stati pubblicati numerosi articoli che ne chiariscono almeno in parte il meccanismo. Fate una ricerca su Google digitando “fondi europei beneficiari”, per esempio, e vedrete che anche i maggiori giornali, solitamente europeisti ad oltranza, hanno affrontato l’argomento e hanno dovuto ammettere che questi famigerati fondi sono, parliamoci chiaro, una mezza fregatura.

Però nell’era della comunicazione di massa e dell’immagine, i singoli articoli ben documentati contano ben poco, perché sono ritenuti “roba per specialisti”. Conta molto di più il titolone del telegiornale, il duello rusticano del talk show, il servizio superficiale in prima serata, la frase fatta entrata nell’immaginario collettivo, ossia il frame costruito dai media. E qual è in questo caso il frame? Che i fondi europei siano una ottima opportunità che l’Italia non sa sfruttare per pigrizia, negligenza ed eccesso di burocrazia e che quindi sia inutile prendersela con Bruxelles quando le colpe sono nostre. Ma come, ci lamentiamo della crisi incolpando l’euro, la Merkel e Juncker e poi non sfruttiamo i soldi che l’Europa ci mette a disposizione?

Le cose, però, non stanno così. Certo, ci sono Paesi, come la Polonia, che sfruttano molto meglio, quasi al 100%, i fondi che le vengono concessi. Ed è vero che la burocrazia italiana incide sul mancato sfruttamento dei finanziamenti europei: come spiega questo studio, gli enti pubblici sono meno rapidi ed efficienti a ottenere e spendere i fondi europei di quanto non lo siano le aziende private, a dimostrazione che c’è un problema di efficienza nella pubblica amministrazione. Non si tratta di una scoperta sconvolgente, ma è bene tenerne onestamente conto.

Tuttavia nessun ragionamento, studio o interpretazione può cambiare i numeri, illustrati nella tabella sotto, che dimostrano come l’Italia sia creditore netto verso il bilancio dell’Unione per oltre 72 miliardi di euro (periodo 2000-2014).

 

rrr

 

Questi dati, provenienti dalla Ragioneria Generale dello Stato e quindi non contestabili, dicono una cosa molto semplice: se anche enti e aziende italiane, pubbliche o private, sfruttassero al 100% i fondi europei, essi rimarrebbero un pessimo affare, perché sono costituiti da nient’altro che dai nostri soldi e per di più restituiti solo parzialmente (e infatti 72 miliardi non sono mai “tornati a casa”). Reputereste un affare prestare soldi a una banca che te ne restituisse solo una parte (e solo, come vedremo,  se soddisfi certi requisiti)? Credo che tutti preferirebbero, quei soldi, tenerseli sotto il materasso o affidarli ad un’altra banca.

Ma quali sono le condizioni che l’Unione richiede per erogare i finanziamenti? La materia è complessa e ci sono professionisti che si sono specializzati proprio nel fornire assistenza ad enti ed aziende che chiedono l’accesso ai fondi. Ma, semplificando al massimo e senza pretesa di esaustività, possiamo dire che le due condizioni di base sono queste:

a) i fondi devono essere riservati a “progetti di interesse europeo”: questo significa che lo stato membro, prima di ottenere i fondi, stipula con la Commissione un “Accordo di partenariato”, nel quale vengono definite tutte le modalità di utilizzo dei fondi stessi. L’accordo ovviamente non lascia libertà agli stati membri, ma deve essere approvato nei minimi dettagli dalla Commissione stessa. Quindi i soldi che vengono ricevuti (e che sono, non dimentichiamolo mai, soldi nostri) non possono essere spesi come si desidera;

b) una volta che arrivano i fondi europei, questi devono essere ulteriormente cofinanziati dagli stati membri che beneficiano dei finanziamenti, in quote che vanno dal 50 all’85% del fondo stesso. In altri termini, se Bruxelles eroga fondi per 100 milioni, lo Stato membro deve spenderne almeno altri 50. La cosa in sé non sarebbe illogica se, appunto, già non fossimo contribuenti netti e soprattutto se non fossimo sottoposti a stringenti vincoli di bilancio, decisi dalla stessa Ue, che ci costringono a fare meno spesa pubblica possibile. In altri termini, può accadere che ci siano dei fondi europei che non possono essere spesi perché il bilancio pubblico non consente di cofinanziarli.

Ma alla base di tutto questo complesso e per nulla equo meccanismo c’è la politica. Sono infatti in ultima analisi le scelte politiche di Bruxelles che determinano quale Paese debba essere creditore netto (come l’Italia) e quale invece debba essere debitore netto. E’ il caso dei Paesi dell’Est, Polonia in testa, che la Commissione ha voluto beneficiare, in quanto “nuovi” membri, concedendo loro di ottenere più finanziamenti rispetto ai contributi che hanno versato. Senza grandi risultati, però, visto che sono proprio questi Paesi a non voler tenere aperte le frontiere all’immigrazione e ad aver messo nel cassetto l’idea di aderire all’euro, che si guardano bene dall’adottare. In compenso l’Italia, che pure è nel mezzo di una recessione epocale e fa diligentemente i compiti a casa, ha dovuto sborsare 72 miliardi in 14 anni, senza contare i circa 60 miliardi spesi per aiutare le banche del Nord Europa attraverso il Fondo Salva Stati.

Insomma, spendiamoli, questi benedetti fondi europei, e spendiamoli bene, rendendo meno farraginosa la nostra burocrazia, visto che c’è già quella europea a costituire un bel problema. Però chi fa informazione la smetta di presentarli come una grande occasione che non sappiamo sfruttare, perché, nel loro insieme, non costituiscono un’opportunità né piccola né grande, ma l’ennesima penalizzazione verso un Paese, il nostro, che a livello europeo non ha mai saputo fare i propri interessi – sognando un’unità di intenti tra gli Stati membri che esiste solo nell’immaginazione degli ingenui o nelle interessate ricostruzioni di chi ha dei vantaggi nel tenere in piedi il sistema.

Post scriptum – Qualcuno potrebbe dire che in tutti i sistemi federali esiste un bilancio comune in cui alcuni degli Stati membri versano più di quanto ricevono (per esempio, gli Stati Uniti). In quest’ottica, il meccanismo dei fondi europei opererebbe in una logica di solidarietà. Peccato che non sia questa la logica dominante nell’Unione Europea e soprattutto nell’Eurozona.

Le case colorate di Varsavia. La Polonia, che è fuori dalla zona euro ma fa parte dell'Unione Europea, è tra i maggiori beneficiari dei fondi europei.
Le case colorate di Varsavia. La Polonia, che è fuori dalla zona euro ma fa parte dell’Unione Europea, è tra i maggiori beneficiari dei fondi europei.

Se infatti contasse la solidarietà dei più ricchi verso i più poveri, avremmo un bilancio comune sostanzioso e non risibile (negli Usa il bilancio federale rappresenta ben il 25% del Pil totale, nell’Unione Europea un misero 1%!) e sarebbero permessi i trasferimenti fiscali dalle aree in surplus (zona del marco) alle aree in deficit, che è proprio quanto la Germania risolutamente rifiuta.

Pertanto anche attraverso i fondi europei abbiamo un sistema in cui si penalizza il principale concorrente manifatturiero dei tedeschi (l’Italia) a vantaggio del presente e futuro mercato di sbocco e di manodopera a basso costo delle imprese germaniche (i Paesi dell’Est Europa). Niente da dire: a Berlino i loro conti li sanno fare benone. Sono i nostri governi che hanno saputo e sanno fare molto meno bene i propri.

0

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *