E ora tocca al pubblico impiego

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Il Ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi , Roma 11 luglio 2014. ANSA / LUIGI MISTRULLI
La ministra (così si dice, secondo l’Accademia della Crusca) della Pubblica Amministrazione Marianna Madia.

La notizia del giorno, attentati terroristici a parte, a mio avviso la trovate a questo link.  La bozza del testo unico sul pubblico impiego previsto dalla ministra Madia e oggi reso noto dal Corriere della Sera prevede che “ogni anno tutte le amministrazioni comunichino al ministero le “eccedenze di personale” rispetto alle “esigenze funzionali o alla situazione finanziaria”. In poche parole – continua la notizia linkata – i dipendenti che non possono più essere tenuti in carico o che non sono più utili possono essere trasferiti in un altro ufficio, purché questo si trovi a 50 chilometri da quello di provenienza con la mobilità obbligatoria. In alternativa, le ‘eccedenze’ possono essere messe in ‘disponibilità’, ossia non lavorano e percepiscono l’80% dello stipendio, compresi i contributi per la pensione. Tuttavia, se entro due anni non trovano un’altra occupazione, anche accettando un inquadramento più basso, con conseguente taglio dello stipendio, il “rapporto di lavoro – si legge nella bozza – si intende definitivamente risolto”. Un sistema simile esiste già, ma al momento non sono previste sanzioni agli uffici che non comunicano le eccedenze. Il nuovo testo unico, invece, prevede lo stop alle assunzioni e l’avvio del procedimento disciplinare per il dirigente.”

Ora, siamo sotto referendum ed è probabile che il governo si affretti a smentire tale indiscrezione. Ma è un giochetto che conosciamo: il metodo Juncker. Il commissario europeo una volta spiegò: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. E se invece si verificano delle proteste, mentre l’approvazione dell’opinione pubblica è debole? In quel caso il provvedimento viene messo per il momento in un cassetto e magari smentito, ma intanto la strada sarà stata preparata per la sua futura attuazione.

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L’impiego pubblico in Italia (Ragioneria Generale dello Stato).

I dipendenti pubblici, che costituiscono ancor oggi una importante componente della base elettorale del Pd, ossia del partito alfiere delle politiche euriste e neoliberiste imperanti, non si illudano. Può darsi che per questa volta l’abolizione definitiva del posto fisso (pur se in una forma soft, di quello si tratta e lì si arriverà) e degli scatti nel settore pubblico non venga attuata (il tempo comunque ci sarebbe: la proposta contenuta in bozza può essere fatta valere fino al febbraio 2017) ma è solo questione di tempo. E non di molto tempo. La ragione è semplice: il governo esegue quanto richiedono Bce e Commissione, espressione di Investitori & Mercati, ossia il completamento delle politiche di deregulation. Il Job Act non basta: riguarda solo i dipendenti del settore privato ma non gli oltre tre milioni di assunti nel pubblico impiego, che ovviamente non possono continuare a godere di un trattamento “privilegiato”.

I governi Monti, Letta e Renzi sono stati molto duri con alcune categorie (pmi, lavoratori del settore privato, lavoro autonomo, partite Iva, giovani, negozianti e così via: il ceto medio produttivo, come ho spiegato a suo tempo). Sono stati invece più prudenti nei confronti del “ceto medio riflessivo” (burocrazia, pubblico impiego, istruzione, terzo settore ecc.) e la ragione è molto semplice: verso costoro esiste un implicito “patto sociale”: io ti voto e tu non mi tocchi, se non quando sei davvero costretto dai diktat della Troika. Certo, abbiamo avuto la Buona Scuola, il blocco delle assunzioni in certi settori, gli stipendi fermi. Ma rispetto a quanto hanno subito altre categorie, si tratta di provvedimenti tollerabili. Lo statale sta peggio di prima ma meglio del dipendente privato che è capitato in una delle tante aziende a rischio tagli o fallimento. Questa è la ragione principale per cui il pubblico impiego ha continuato, anche se in modo meno compatto che nel passato e con diverse eccezioni, a votare quello che è sempre stato il suo partito di riferimento, il Pd. Si vedano gli insegnanti: quelli di ruolo, che non subiscono cioè sulla loro pelle come i precari le conseguenze delle politiche neoliberiste governative, votano ancora in massa per il Partito Democratico e non cambiano certo idea solo per le pur spiacevoli conseguenze della Buona Scuola renziana.

Con la proposta contenuta nella bozza del testo unico sul pubblico impiego, però, abbiamo un salto di qualità tale da far saltare il “patto implicito” tra Pd e una buona parte dei dipendenti pubblici. Passi per l’abolizione degli scatti di anzianità ma inserire, di fatto, la licenziabilità del dipendente pubblico per ragioni economiche e organizzative è davvero troppo.

E quindi che cosa succederà? Facciamo alcune ipotesi.

  • La proposta contenuta nella bozza viene smentita dal governo come “indiscrezione priva di fondamento” oppure viene derubricata a mera ipotesi che non avrà seguito. In tal caso per il momento non accade nulla ma il governo ha potuto saggiare la reazione dei sindacati e il giudizio dell’opinione pubblica e questi elementi gli saranno utili nel momento di ripresentare il provvedimento.
  • Il governo non smentisce ma fa sul serio: vuole accelerare la deregulation richiesta da Bruxelles. Sa di mettere a rischio i voti di una parte della sua base elettorale ma conta su almeno tre fattori:

a) Non sono pochi coloro che si diranno favorevoli alla misura vedendo in quello riservato al pubblico impiego un trattamento “di favore” rispetto ai dipendenti di aziende private. E’ la classica “guerra tra poveri” nella quale i deboli, invece di unirsi per avere più diritti, si combattono per arrivare a una squallida uguaglianza verso il basso. D’altro lato, se è mancata la lotta del pubblico impiego per respingere il Job Act destinato ai lavoratori del settore privato, non si vede perché ora i lavoratori del settore privato debbano solidalizzare con quelli del settore pubblico (una osservazione, questa, da recapitare anche ai sindacati confederali…);

b) Esiste un clima diffuso di ostilità verso la categoria dei dipendenti pubblici visti come pigri, inefficienti e troppo tutelati e spesso non si fa differenza tra manager o alti dirigenti e semplici impiegati;

c) Esiste una parte dell’elettorato, coloro che sono convintamente liberisti e diversi elettori del fu centrodestra, che ritengono sacrosante queste misure e che potrebbero appoggiare il governo. Che in questo modo, recupererebbe parte dei consensi perduti.

Entrambe le ipotesi sono possibili ed entrambe, comunque la si veda, conducono alla stessa conclusione seppure in tempi diversi: il completamento dello smantellamento dei diritti dei lavoratori più deboli presentato come misura di equità contro i privilegi.

Post Scriptum– Ciò che non viene detto, però, è che i privilegi veri non vengono mai toccati. Ma su questo ultimo tema torneremo in una prossima occasione.

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