Ce semo magnati tutto?

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Non so se nelle scuole di altri Paesi insegnino le basi della scienza economica. So però che in Italia, se si escludono gli Istituti Tecnici e Commerciali, la macroeconomia è una totale sconosciuta, sia per gli studenti che per gli insegnanti. Non è un piccolo problema. Già, perché lo studente è anche cittadino e futuro elettore e non sapere nulla dei concetti che stanno alla base delle politiche economiche significa votare quasi al buio, dal momento che la politica è in buona parte conseguenza di visioni ed interessi economici.

Naturalmente non si tratterebbe di far studiare approfonditamente tutto, questo lo faranno coloro che vogliono specializzarsi, ma di dare a tutti gli studenti-cittadini-elettori almeno i concetti base per orientarsi. Questo non è mai avvenuto e non avviene, la macroeconomia è trattata peggio persino dell’Educazione Civica (materia importantissima cui è dedicata solo una misera ora settimanale, oggi chiamata “Cittadinanza e Costituzione”) e la conseguenza è che la propaganda politica, supportata dai media, può costruire in campo economico falsi miti che la gente assume come verità incontestabili.

L’esempio principe di questo stato di cose è costituito dal mito dell’Italia spendacciona. Per spiegare la recessione ormai decennale che ci ha colpito e le pesanti politiche di austerità che la Ue impone da anni, fatte di tagli e tasse, la classe politica, i giornali e le televisioni utilizzano una frase che è diventata popolarissima: “Dobbiamo stringere la cinghia perché nei decenni scorsi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.

L’espressione piace ai partiti di governo perché giustifica le loro politiche allineate ai dogmi di Bruxelles ed è cavalcata anche dalla maggiore forza di opposizione, il M5S, che lo utilizza per condurre la propria battaglia – in sè buona e giusta, ma che diventa sbagliata se porta all’elogio incondizionato della spending review – anti-casta ed anti-privilegi. Il concetto, martellato dai media per anni (si cominciò a parlare di sprechi negli anni del craxismo), ha attecchito facilmente su un popolo a digiuno di conoscenze economiche e non dotato di una particolare autostima per antiche ragioni storiche. Del resto si tratta di un concetto facilissimo da capire (anche una massaia, quando le spese di casa aumentano, decide di stringere la cinghia) e che sembra (ripeto: sembra) non aver bisogno di alcun approfondimento e di nessuno studio. In più viene incontro anche a chi ha il dente avvelenato verso una classe politica che ha sicuramente approfittato del denaro pubblico: la gente è più che mai incline a spiegare i problemi con un generico se sò magnati tutto. Insomma è un frame (schema semantico) di enorme successo.

Il problema è che il frame “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” è in gran parte falso e probabilmente sarebbe già stato messo in soffitta da tempo, se la gente avesse almeno le nozioni base di macroeconomia (e l’abitudine, ogni tanto, di verificare i dati, cosa che oggi su Internet può fare chiunque). Sull’argomento, chi si occupa di economia lo sa, sono usciti sui giornali e sul web già una gran mole di studi. Tuttavia spesso una tabella ben fatta vale più di lunghi articoli. Guardate allora questa elaborazione tratta dal sito Scenari Economici su dati Istat ed Eurostat.

 

La tabella ci dice due cose fondamentali. La prima è che nel periodo 1980-2012 (prima del 1980 non avevamo problemi di bilancio e dopo il 2012 si è proseguito lungo la stessa strada) non è affatto vero che abbiamo speso troppo per le nostre possibilità. E’ vero il contrario: abbiamo tenuto i cordoni della borsa complessivamente ben sigillati. Anche se effettivamente nel corso degli anni Ottanta ci sono stati disavanzi consistenti (lo Stato ha speso più di quanto ha incassato), è almeno dal 1992 che i soldi che entrano nelle casse pubbliche sono più di quelli che escono per le spese. Operiamo cioè in avanzo primario ormai da 25 anni, un autentico record in Europa: siamo stati e siamo ancora i più “virtuosi” di tutti.

Come mai allora il nostro debito pubblico è così elevato e continua a crescere (siamo vicini al 140% del Pil, per un valore di quasi 2.250 miliardi di euro)? Anche questo ce lo spiega la tabella: nel corso degli ultimi 25 anni abbiamo accumulato in interessi da pagare ai mercati l’astronomica cifra di 3.100 miliardi di euro.

Beniamino Andreatta.

Si pone a questo punto una domanda: perché, se i conti erano tutto sommato sotto controllo, gli interessi sono schizzati così in alto? Le spiegazioni sono oggetto di discussione tra gli economisti e non è questa la sede per entrare nel dettaglio. Ma è comunque assodato che un ruolo fondamentale lo ebbe la decisione, presa con lettera circolare e saltando il Parlamento, dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta di “liberare” Bankitalia, a partire dal 1981, dall’obbligo di acquistare i titoli di Stato invenduti, operazione con la quale la Banca Centrale calmierava i tassi di interesse. Si tratta del cosiddetto “Divorzio tra Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro” di cui sono rimaste diverse testimonianze.

Ma fu soprattutto la scelta del cambio fisso ad influire pesantemente. L’Italia infatti è in regime di cambio fisso (seppur entro una banda di oscillazione) non dall’ingresso nell’euro nel 2002, ma già a partire dall’adesione al Sistema Monetario Europeo nel 1992, con l’eccezione degli anni dal 1993 al 1996 quando uscì temporaneamente assieme alla sterlina, altra moneta che stava soffrendo tremendamente lo Sme (in cui infatti saggiamente non rientrò più). Mantenere il cambio fisso in presenza di tassi di inflazione divergenti porta inevitabilmente il Paese a economia meno “forte” a dover tenere alti i tassi, cioè dover pagare interessi molto, troppo elevati (chi volesse capirne di più, trova qui un approfondimento tecnico).

Se negli ultimi decenni il debito pubblico invece di scendere è salito, in conclusione, le ragioni sono quindi quelle che ho citato sopra e che hanno ben poco a vedere con l’eccesso di spesa e molto a che vedere con gli svantaggi della moneta unica (e, aggiungiamo, con le scelte tecniche di una classe politica evidentemente non all’altezza).

E se il debito pubblico continua a salire anche ora, giorno dopo giorno, anzi: minuto dopo minuto, è perché le attuali politiche di austerità sono, da questo punto di vista, fallimentari. Anch’esse si fondano, del resto, su un altro, diffusissimo frame, quello secondo cui “bisogna amministrare lo Stato come se fosse una famiglia”. No, non è vero. Il debito di una famiglia si misura su un numero, quello dello Stato è un rapporto: il rapporto tra deficit e Pil (Prodotto interno lordo). Più risparmi, più cala il Pil. E più cala il Pil, più il debito aumenta nonostante il tuo avanzo primario continui a salire. Ed è quello che sta succedendo dall’avvento di Monti in poi: austerità sempre maggiore, debito sempre più alto.

Chi ci governa sa benissimo che tagli e tasse portano a questi risultati: se continuano per questa strada, avranno le loro ragioni, che non è il caso qui di indagare. Ma tante persone, se avessero potuto imparare a scuola qualche concetto di economia, non avrebbero mai creduto alla favoletta dell'”austerità espansiva”, a quella dell’aver “vissuto oltre le proprie possibilità” o ai famosi tagli “per rimettere in ordine i conti”. Saprebbero infatti che i conti si mettono a posto soprattutto facendo ripartire il Pil e che in recessione non ci sarà mai crescita senza spesa pubblica. Saprebbero anche che l’austerità, sì, ci vuole ma va fatta quando l’economia cresce, non quando è in stagnazione. Forse, però, saprebbero e capirebbero troppo cose e a qualcuno non converrebbe.

 

 

 

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