Brexit e bugie

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Si può ancora credere a un sistema dell’informazione (televisione, web e carta stampata) che per settimane fa terrorismo sul Brexit, prima, durante e dopo il voto e poi, smentito clamorosamente dai fatti, non solo non chiede venia ma riprende la cantilena del “disastro” per l’economia e la società britanniche con mille scuse? L’ultimo alibi alle previsioni sbagliate (la Borsa della City ha infatti sbugiardato i catastrofisti, dal momento che dopo le prime, inevitabili turbolenze speculative, oggi ha sette punti in più rispetto a inizio anno)  è che il Regno Unito sarà fuori dalla Ue soltanto tra un paio d’anni e che quindi “gli effetti negativi li vedremo solo con il tempo”. Ma questi dotti opinionisti e osservatori non lo sapevano forse anche mesi fa che la procedura di uscita dalla Ue non è immediata? E allora perché prevedevano un immediato tsunami? Non potevano dirlo subito che gli effetti si sarebbero fatti sentire solo nel giro di un paio di anni, così per il momento ci mettevamo tutti tranquilli?

La verità è che costoro (i giornalisti ed opinionisti economici più preparati, quindi non gli scribacchini di redazione sottopagati che ripetono a pappagallo la vulgata dominante) hanno prima alimentato il terrore per convincere gli inglesi a votare Remain, poi hanno ingigantito con titoloni e previsioni catastrofiche le reazioni immediate dei mercati (che di mestiere speculano e quindi sono affidabili fino a un certo punto) nella speranza di creare un’onda lunga negativa. Poi, visto che i mercati sono sì emotivi ma non fino al punto da ignorare i fondamentali economici di un Paese e le opportunità di profitto finanziario che tali fondamentali offrono, hanno cambiato strategia e ora la buttano sul lungo periodo. Magari, pensano, questa volta il giochino riesce e comunque creare panico serve sempre. Tanto poi, anche se verranno smentiti per l’ennesima volta, troveranno un’altra scusa, si inventeranno un’altra chiave di interpretazione o, male che veda, si imboscheranno e parleranno d’altro.

Intendiamoci: il Brexit crea indubbiamente dei problemi. Attiva un processo inedito (l’uscita dalla Ue) che mette in conflitto Londra e Bruxelles in un braccio di ferro poco piacevole. Rianima i contrasti tra inglesi e scozzesi (scozzesi favorevoli al Remain perché antinglesi e non certo, come qualche falsario ha scritto, perché “europeisti”). Tuttavia dal punto di vista economico e fattuale non ci sarà quasi certamente alcuna catastrofe. E le ragioni sarebbero chiare a molti, se giornali e televisioni informassero correttamente e non a esclusivo beneficio dell’establishment che nel sistema Ue si arricchisce.

In primo luogo, il Regno Unito è, rispetto alla Ue, importatore netto per oltre 100 miliardi di euro e in gran parte acquista beni proprio dalla Germania, ossia dal Paese leader. La Germania non può certo avviare una guerra commerciale a colpi di dazi per dare una lezione ai britannici che si sono macchiati di leso europeismo: significherebbe perdere una cifra enorme in esportazioni e infatti i tedeschi non lo faranno.

In secondo luogo, non è la Ue ad avere reso forte la City: la City è forte di suo per i servizi che offre, per la posizione geografica, per il gran numero di aziende di cui ospita le sedi legali, per i rapporti privilegiati con gli Stati Uniti e con i mercati orientali e soprattutto per le condizioni fiscali favorevoli, che sono destinate con il Brexit ad aumentare.

In ultimo luogo, gli inglesi hanno una loro banca Centrale e una loro valuta e possono gestire agevolmente le situazioni di crisi facendo politica monetaria. Guardandosi bene dall’adottare l’euro, i britannici hanno potuto e potranno emettere liquidità (fino a 250 miliardi di sterline sono già pronti, ha annunciato il governatore della Bank of England) senza alcun problema. Il loro sistema bancario, messo in salvo grazie proprio alla sovranità monetaria nel periodo peggiore della crisi dei mutui subprime, è sostanzialmente sano e non ha le sofferenze di quelli italiano e tedesco. E, se la bilancia dei pagamenti peggiorasse, la Bank of England potrà intervenire aggiustando il cambio e non soltanto, come avviene in Eurozona, massacrando i salari dei lavoratori. Ricorderei anche che nel Regno Unito, se è vero che le differenze sociali sono elevate a causa del modello liberista che da sempre lo contraddistingue, è anche vero che la disoccupazione è attorno al 5%, quando in Eurozona è quasi al 10%, in Italia sopra il 12% (senza calcolare un esercito di inattivi non calcolati dall’Istat) e in Spagna supera il 20%.

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Tassi di disoccupazione a confronto. Bene Uk, male la Ue, malissimo l’Eurozona (compresa la Finlandia) con l’eccezione della Germania e dei Paesi satellite dei tedeschi.

Per quale motivo un simile Paese, una volta fuori dalla Ue e quindi anche dalle normative rigide e penalizzanti che essa impone, dovrebbe avviarsi verso il disastro economico? La risposta è molto semplice: i giornalisti e gli opinionisti della grande stampa sanno benissimo che non avverrà nulla di disastroso (con l’eccezione forse dei commentatori alla Beppe Severgnini, che non hanno alcuna conoscenza delle dinamiche economiche e bene farebbero ad astenersi dal parlarne) ma lo fanno credere ai lettori per scongiurare il rischio che la gente apra gli occhi.

E’ vero infatti che il Brexit farà danni ma li provocherà presumibilmente soprattutto alla Ue e all’eurozona, mostrando una volta di più come queste due costruzioni, per come sono state concepite, non funzionano (o funzionano per una minoranza a danno della maggioranza). Mentre la recessione continuerà imperterrita a fare danni in tutta l’Eurozona, con l’esclusione dei Paesi dell’area del marco, il Regno Unito crescerà come e più di adesso, la City resterà la Borsa leader in Europa e forse nel mondo e il tasso di disoccupazione rimarrà più basso di quello dei Paesi dell’euro. Di fronte a un simile scenario, è chiaro che il pericolo che la costruzione europea, sempre più traballante, sia messa in discussione dall’uomo della strada è palpabile. Per questo la stampa, di cui i grandi gruppi industriali e finanziari sono i proprietari, cerca di agitare paure e, non potendolo fare sul presente (i dati, almeno quelli, non possono essere bellamente falsificati), le proietta nel futuro. Non resta che porsi una domanda retorica: e questo sarebbe fare informazione?

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