Affari pericolosi

0

Lo Yemen è  uno dei Paesi più poveri del mondo e molti italiani non saprebbero neppure individuarlo sulla cartina geografica. Non sorprende che giornali e televisioni non si siano particolarmente preoccupati di informarci sull’enorme manifestazione tenutasi  sabato 20 agosto nella capitale Sanaa e testimoniata da questa foto.

Un milione di persone scese in piazza per sostenere il governo dei ribelli Houthi, musulmani sciiti, che fronteggiano una coalizione armata di tendenza sunnita guidata dall’Arabia Saudita, evidentemente non valgono l’attenzione dei nostri media. Per esempio, tra le edizioni online, soltanto quelle de Il Manifesto e de Il Messaggero riportano per esteso la notizia. Da parte di tutti gli altri giornaloni, silenzio.

Non c’è né da sorprendersi né da scandalizzarsi: di guerre dimenticate dalla stampa occidentale è pieno il mondo e da sempre.  Inoltre, in passato, qualche buon articolo sul conflitto è apparso in diversi grandi testate. Però in questo caso un’attenzione maggiore di quella che gli è stata riservata sarebbe necessaria, in quanto l’Italia (e in genere i Paesi europei) hanno evidenti responsabilità nel protrasi di questa guerra che ha già fatto decine di migliaia di morti e feriti tra civili inermi. Già, perché i bombardamenti aerei sauditi sono possibili anche perché il nostro e altri Paesi occidentali continuano a vendere armi all’Arabia.

I dati sull’export della nostra industria militare, forniti dallo stesso governo Renzi, parlano chiaro: nel 2015  si è registrato un aumento del 300% per le autorizzazioni all’esportazione definitiva di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 miliardi del 2014. Una crescita senza precedenti. Il valore delle armi fornite ai sauditi, in particolare, è salito del 58% arrivando ai 257 milioni di euro, più altri 212 milioni che rientrano nei programmi intergovernativi europei di collaborazione militare con Riad. Come specifica questo articolo, tra i clienti sempre più “interessanti” delle aziende italiane produttrici di armi ci sono gli altri Paesi del Golfo alleati dell’Arabia: gli Emirati (con 304 milioni come l’anno prima), il Bahrein (da 24 a 54 milioni) e soprattutto il Qatar (da 1,6 a 35 milioni). Il Kuwait, nel 2015 ancora tra i clienti minori, è destinato a scalare la classifica dopo la firma di un contratto multimiliardario per la fornitura di 28 cacciabombardieri prodotti da Finmeccanica.

 

Guerrigliere Houthi tra le macerie dei bombardieri sauditi.

Si può discutere se sia lecito o meno commerciare armi. Ma in sé non è illegale. In questo caso però esistono due problemi. Il primo è che la guerra in Yemen è un conflitto particolarmente odioso, dove i civili vengono colpiti con bombardamenti indiscriminati che l’Onu ha definito crimini di guerra (salvo poi piegarsi alle pressioni della dinastia saudita nelle ultime settimane, come spiega bene questa ricostruzione di Repubblica). Persino gli Stati Uniti, grande alleato di Riad, si sono trovati così in imbarazzo nel sostenere le sanguinarie operazioni saudite da ritirarsi dalla coalizione anti-Houthi (in compenso, però, il Congresso ha autorizzato poche settimane fa una mega commessa di armi a favore dei sauditi per un valore di 1,5 miliardi di dollari). Lo stesso Parlamento Europeo ha finito per votare una risoluzione invitando i Paesi membri a non vendere armi all’Arabia Saudita, risoluzione per ora bellamente e cinicamente disattesa da quasi tutti i governi, a partire da quello italiano.

Il secondo problema è che la legge 185/90 vieterebbe al governo italiano di autorizzare la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto, che violino gravemente i diritti umani e che rientrino in quelli che vengono definiti “Paesi HIPC” (nazioni povere pesantemente indebitate). Il ministro della Difesa Roberta Pinotti e degli Esteri Paolo Gentiloni rispondono di avere finora rispettato i termini di legge, e formalmente può essere così. Ma mancanza di regolamenti chiari e abili pratiche per aggirare le norme (come la “triangolazione”: le armi vengono vendute a un soggetto terzo che poi le rivende a un Paese in conflitto) hanno di fatto tolto efficacia alla legge, come denunciano parecchie organizzazioni umanitarie. Insomma, l’esecutivo finora non è sembrato troppo interessato a limitare il business delle armi, più attento ai benefici economici che alle questioni etiche.

Già i due motivi prima descritti dovrebbero indurre il governo a ripensare la propria posizione e la stampa e la televisione ad affrontare in modo più incisivo questo importantissimo argomento, magari parlando un po’ meno di burkini e delle vignette su Virginia Raggi o Maria Elena Boschi. Invece, al di là delle continue denunce delle Organizzazioni non governative e pacifiste, da Amnesty International a Medici Senza Frontiere, ben pochi voci si levano e ben pochi dibattiti vengono incoraggiati.

Eppure c’è un’ulteriore ragione che rende questa questione centrale. Ed è il problema del terrorismo. Fino a che si continuerà ad ingerire, direttamente (con l’invio di truppe o l’appoggio dell’intelligence) o indirettamente (con la vendita di armi), nelle complicatissime questioni mediorientali, l’Isis continuerà a fare proseliti, sfruttando la rabbia dei popoli della regione verso l’Occidente. Si può davvero sostenere di “essere in guerra con l’Isis” e nello stesso tempo continuare a vendere armi ai Paesi del Golfo, in primis l’Arabia Saudita (ma anche la Turchia di Erdogan è nostro fedele cliente), che, come è noto, l’Isis lo hanno direttamente o indirettamente fatto crescere?

Qui non si tratta di sostenere un pacifismo assoluto, che non consideri i profitti di un mercato (quello degli armamenti) che comunque esiste e sempre esisterà o di non tener conto dei posti di lavoro che tale mercato garantisce. Si tratta di fissare dei paletti coerenti non solo sul piano etico ma anche su quello pratico. Continuare a vendere armi ai sauditi, ai turchi e ai loro alleati non è soltanto moralmente discutibile ma anche pericoloso. Proseguendo su questa strada, cresceranno sempre nuovi terroristi, pronti ad attaccare anche le nostre città, e si creeranno altri profughi disperati (se ne calcolano solo nello Yemen già oltre un milione), che un giorno potrebbero, come è già accaduto ai siriani, premere alle nostre frontiere.

0

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *