A che cosa serve lo Stato se chi non ce la fa deve arrangiarsi?

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I risultati delle elezioni del 4 marzo hanno avuto tra gli effetti quello di portare al centro dell’agenda politica una delle proposte principali del partito più votato, il M5S: il Reddito di Cittadinanza. Non è questa la sede per esaminare la proposta di legge grillina nel dettaglio e d’altra parte, dal momento che probabilmente si tornerà al voto in tempi relativamente brevi, è da prevedere che per ora non se ne farà nulla.

Il dibattito intanto è stato però innescato ed è un dibattito positivo. Sì, comunque la si pensi, si tratta di un tema centrale e ineludibile, perché la discussione sul RdC (che poi di fatto è un reddito minimo condizionato) finisce per mettere sul tavolo una domanda fondamentale: quale deve essere il ruolo dello Stato nel nostro Paese?

Si scontrano almeno due visioni. La visione che ha dominato negli ultimi decenni anche e forse soprattutto nel centro-sinistra, passato armi e bagagli al neoliberismo (ma che è ben presente anche nel centro-destra, che infatti propone la Flat Tax), sostiene che lo Stato deve limitarsi a fare da garante e regolatore della competizione economica, che è affidata interamente ai mercati. Lo Stato è solo un’azienda in più, che deve far quadrare i conti come tutte le aziende e le famiglie, e il cui compito è quello di garantire, oltre alla sicurezza, alla giustizia e alla difesa, che i cittadini e le imprese possano lavorare e produrre secondo regole condivise e uguali per tutti. Insomma, uno Stato leggero, poco costoso e super partes, che permetta a ciascuno di costruire il proprio destino e che eroghi solo temporanei (e sempre più limitati) ammortizzatori sociali. Sappiamo che in realtà la partita del benessere economico non si gioca quasi mai ad armi pari, che il pesce grosso in un mercato che si autoregolamenta spesso mangia i pesci piccoli, che si instaurano rendite di posizione e conflitti di interesse spesso inattaccabili. Ma il pensiero liberista ritiene che, modificando le regole di governance e con opportuni interventi legislativi, tali inconvenienti si possano limitare. Si tratta, in sostanza, della visione tipica della Costituzione degli Stati Uniti, nella quale il primato assoluto viene dato al diritto alla felicità, ossia al diritto del singolo di realizzarsi, in primis economicamente.

L’altra visione, invece, è quella dettata dalla nostra Costituzione, che è basata su uno Stato sociale e solidale, che vuole garantire i diritti fondamentali a tutti i propri cittadini. La nostra non è certo una Costituzione anticapitalista, la libera impresa e la proprietà privata sono infatti del tutto garantite, tuttavia è certamente una Costituzione non liberista. La sanità e la scuola pubblica devono essere universali e gratuite, la tassazione deve essere ispirata al principio della progressività (principio che è, de facto, una forma di redistribuzione della ricchezza a fini sociali) e, dice l’articolo 38, nessun cittadino italiano deve essere lasciato privo di mezzi di sussistenza o impedito a condurre un’esistenza dignitosa semplicemente perché non c’è lavoro.  La Costituzione infatti recita: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.” E’ bene sottolineare anche all’articolo 36 i Costituenti scrivono anche: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Il dettato costituzionale è molto chiaro: chi lavora ha diritto a una retribuzione che gli garantisca “un’esistenza libera e dignitosa”. E chi non trova lavoro pur volendo lavorare (“disoccupazione involontaria”) deve essere aiutato dallo Stato con appositi “organi e istituti” in modo da poter vivere dignitosamente mentre è alla ricerca di un lavoro. La proposta del RdC (che può essere uno strumento adeguato o inadeguato, parziale, insufficiente o soddisfacente, non è questo il problema qui in discussione) intende esattamente rispondere a un preciso mandato della prima parte della Costituzione, quella che fissa i principi fondamentali su cui si regge la Repubblica, ovvero il patto sociale su cui è nata l’Italia.

L’esigenza che il dibattito sul RdC solleva è insomma centrale: cominciare a realizzare la Costituzione laddove è rimasta lettera morta. Ora, è vero che per almeno 60 anni il tema non è mai stato al centro dell’agenda politica e non per questo in tanti decenni la Costituzione non è stata applicata. Ma la ragione è molto semplice: prima della perdita della sovranità monetaria e delle politiche austeritarie, l’economia bene o male è sempre cresciuta e ha sempre dato lavoro. Nei momenti di recessione lo Stato iniettava liquidità e investiva, nei momenti espansivi alzava i tassi e le tasse. Il lavoro, comunque, non mancava mai, per chi davvero avesse voglia di rimboccarsi le maniche. Ed era lavoro vero: dopo qualche mese o magari un anno di gavetta, i contratti arrivavano ed erano stabili, le retribuzioni più che dignitose, anche considerando il tasso di inflazione che era allora più alto. Perché quindi erogare un reddito per i disoccupati involontari, seppur condizionato, quando il fenomeno della disoccupazione involontaria era marginale? Di ammortizzatori sociali, fino a una ventina di anni fa, ce ne erano diversi; inoltre un reddito di cittadinanza o una misura ad esso simile avrebbe potuto creare un effetto negativo sui salari (abbassandoli) e alimentare il pericolo dell’assistenzialismo. Insomma, per decenni l’introduzione di un simile provvedimento, seppur richiesta dalla Costituzione, è stata evitata con diverse buone ragioni.

Ora però il quadro è completamente cambiato. Il lavoro scarseggia e buona parte di quello esistente è sottopagato e non consente di ottenere una retribuzione dignitosa. Lo stesso tasso di occupazione elaborato e comunicato dall’Istat, e spesso strombazzato dagli ultimi governi, non è indicativo: l’occupazione che l’Istat calcolava nel 1990, solo per fare un esempio, era costituita al 90% da posti di lavoro a tempo pieno e stabili; oggi in gran parte nella categoria “occupati” finiscono persone che lavorano poche ore a settimana o a voucher. Tanto è vero che, rispetto ai livelli pre-crisi, sono andate perdute un miliardo di ore lavorate all’anno: il che significa, appunto, che la disoccupazione reale è decisamente più alta di quella indicata dalle statistiche.

In questo quadro completamente mutato, si può fare a meno di un organo o di un istituto che aiuti chi non ha reddito? Che sia il reddito di cittadinanza del M5S o qualche altro strumento? E chi si oppone al RdC ha qualche proposta alternativa da mettere in campo che sia realizzabile qui ed ora: chi non arriva a fine mese non può certo aspettare, che so, la dissoluzione dell’eurozona o aspettare che l’economia riparta attraverso un taglio gigantesco, e peraltro incostituzionale, delle tasse, come propone il centro-destra?

Alla domanda posta in alto c’è una sola risposta: si, qualcosa si deve fare. E qualcosa di importante, non bastano provvedimenti-mancetta, come il patetico “reddito di inclusione” del governo Gentiloni. Se si continua a non fare nulla, non solo si alimenta un disagio sociale sempre maggiore ma si disattende la nostra Costituzione. Chi non vuole introdurre alcuna misura per sostenere i disoccupati involontari dovrebbe, coerentemente, chiedere la modifica dei principi fondamentali della nostra Carta e proporre una revisione della sua stessa filosofia, per arrivare un testo più vicino a quello, per esempio, della Costituzione americana. Si tratterebbe di una strada impercorribile: dal momento che il popolo italiano ha bocciato sonoramente nel 2016 la revisione della seconda parte della Costituzione (riforma Renzi-Boschi), è impensabile che promuoverebbe una revisione della prima parte, che è ancora più importante. Sarebbe comunque almeno una strada coerente e logica. Non è invece per nulla coerente sostenere di voler rispettare il dettato costituzionale e poi non proporre alcuna misura incisiva per garantire ai milioni di disoccupati involontari presenti nel nostro Paese il diritto a condurre un’esistenza dignitosa, con un reddito non inferiore almeno alla soglia di povertà (780 euro mensili, che sono comunque ben pochi).

So già quale è l’obiezione più diffusa: “Lo Stato dovrebbe garantire certi diritti ma non ci sono soldi. Anzi, lo Stato è pieno di debiti e i debiti si pagano”. Rispondo con tre osservazioni:

a) se decidono tutto i mercati, lo Stato non serve più a nulla, la politica non serve più a nulla. Il ruolo principale della politica è quello di decidere dove e come spendere i soldi, seguendo un progetto di società. Se si parte subito dall’idea che i soldi comunque non ci sono e si rinuncia, non dico ad aumentare, ma almeno a ottimizzare, cioè a distribuire diversamente, la spesa pubblica, possiamo lasciare tutto in mano alle Borse e alle grandi corporations  e lasciar perdere le elezioni;

b) la misura di cui si discute (RdC o equivalente) potrebbe essere a costo zero o assai limitato, se, mentre la si istituisce, si riesce a recuperare denaro da altre voci della spesa pubblica;

c) sei anni di austerity (e gli studi di un ultimo arrivato come John Maynard Keynes) dovrebbero avere insegnato che, in fase di recessione, il rapporto debito/Pil attraverso l’austerità non diminuisce ma al contrario aumenta. I tagli infatti fanno decrescere il Pil più di quanto non facciano diminuire il debito pubblico. Quando Mario Monti arrivò al governo il debito pubblico era pari al 120% circa del Pil, oggi, dopo governi di lacrime e sangue, supera abbondantemente il 130%. Introdurre una misura che, senza aumentare se non marginalmente la spesa pubblica, mette in tasca dei più poveri denaro che essi certamente spenderanno, e non investiranno alle Isole Cayman, non potrà che comportare un aumento del Pil e quindi, conseguentemente, una diminuzione del suo rapporto con il debito pubblico. È tanto difficile capire che in deflazione per diminuire il debito bisogna agire sulla crescita e non sui tagli? O la narrazione liberista ha fatto perdere a tanti la capacità di comprendere che cos’è un semplice rapporto matematico?

In conclusione: la proposta del M5S sul reddito di cittadinanza può essere criticata, discussa o anche non condivisa. Ma uno strumento che aiuti direttamente chi è disoccupato per oggettiva mancanza di lavoro è necessario, è richiesto dalla nostra Costituzione e, se ben studiato, farebbe bene anche ai conti pubblici. Opporsi senza proporre alternative serie e immediate significa voler chiudere occhi, orecchie e bocca di fronte alla realtà che vivono milioni di italiani. E le conseguenze potrebbero essere poco piacevoli.

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